Andrea Margiovanni .it

Mozilla, liberi dai miliardari (più o meno)

Stavo navigando sul sito di Firefox qualche ora fa, per controllare le release notes di un aggiornamento, quando mi...

Stavo navigando sul sito di Firefox qualche ora fa, per controllare le release notes di un aggiornamento, quando mi sono imbattuto in un banner che mi ha fatto sorridere. Uno di quei sorrisi un po’ amari, tipo quando scopri che il tuo ristorante vegano preferito è di proprietà di una catena di fast food.

Il banner

“Liberi dai miliardari da più di 20 anni”, recita il testo accanto al logo del panda rosso. E sotto: “Non siamo proprietà di nessun miliardario e continuiamo a lavorare per migliorare Internet e valorizzare il tempo che ci dedichi”.

Bello. Davvero bello. Peccato che la realtà sia leggermente più sfumata.

Perché vedete, Mozilla ha effettivamente una storia gloriosa. Firefox è nato come alternativa libera e open source in un’epoca in cui Internet Explorer dominava il web con il suo monopolio asfissiante. Per anni è stato il browser dei puristi, degli smanettoni, di chi credeva in un internet più aperto e rispettoso della privacy. E per certi versi lo è ancora.

Ma parliamo di soldi, che alla fine sono quelli che fanno girare anche le fondazioni non profit.

I numeri

Nel 2023 Mozilla ha incassato circa 653 milioni di dollari. Una cifra rispettabile. Di questi, circa 495 milioni (il 76%) arrivano dalle royalties per il motore di ricerca predefinito. E chi paga queste royalties? Google. Sì, proprio quella Google che appartiene ad Alphabet, il cui valore di mercato supera i 2000 miliardi di dollari. Google, fondata da Larry Page e Sergey Brin, entrambi ampiamente sopra la soglia del miliardario.

La cosa bella è che non si tratta di un’anomalia recente. Dal 2005 ad oggi, con una breve parentesi Yahoo tra il 2015 e il 2017, Google ha sempre coperto tra l’80% e il 90% del budget di Mozilla. Sempre. Per vent’anni.

Vent’anni di dipendenza

Se guardiamo l’andamento storico, la dipendenza è impressionante. Nel 2005, quando Firefox era nel pieno della sua crescita esplosiva, le royalties da Google rappresentavano già il 95% delle entrate. Nel 2012, dopo il rinnovo del contratto, si parlava di cifre molto più alte. Nel 2020, l’accordo è stato rinnovato con stime tra i 400 e 450 milioni di dollari annui.

C’è un dato curioso nel 2019: i ricavi sono schizzati a 826 milioni. Ma non per meriti particolari di Mozilla. Quell’anno Verizon (che aveva acquisito Yahoo) ha dovuto pagare 338 milioni di dollari di risarcimento per aver rotto anticipatamente il contratto di partnership. Insomma, anche quando Mozilla non dipendeva da Google, il suo bilancio finiva per dipendere da un altro colosso tech.

L’alibi antitrust

E la cosa più interessante? Nonostante la quota di mercato di Firefox sia in costante declino da anni, i ricavi sono rimasti stabili o addirittura cresciuti. Perché? Perché per Google, anche un numero ridotto di utenti Firefox che usano il suo motore di ricerca vale l’investimento. È un modo elegante per evitare accuse di monopolio. Poter dire “guardate, esiste un’alternativa e la supportiamo finanziariamente” fa comodo quando hai l’antitrust che ti guarda storto.

Non sto dicendo che Mozilla sia malvagia o ipocrita. Non è così semplice. Mozilla fa un lavoro importante: sviluppa un browser che rispetta la privacy degli utenti più di Chrome, contribuisce a standard web aperti, finanzia progetti interessanti nel campo della sicurezza e dell’intelligenza artificiale etica.

Ma quel banner. Quel banner mi fa un po’ ridere.

“Liberi dai miliardari” mentre il tuo stipendio arriva grazie a un contratto multimilionario con una delle aziende più ricche del pianeta. È un po’ come se un inquilino che paga l’affitto a un magnate immobiliare si vantasse di non avere nulla a che fare con i ricchi.

La differenza tra essere di proprietà di un miliardario e dipendere finanziariamente da un miliardario è sottile, certo. Tecnicamente vera. Ma anche un po’ disonesta intellettualmente.

Il vero problema non è nemmeno il marketing creativo. Il vero problema è la fragilità di un modello di business costruito su un singolo cliente. Cosa succede se Google decide di non rinnovare il contratto? Cosa succede se le autorità antitrust intervengono su questi accordi? Cosa succede se Chrome diventa così dominante che supportare Firefox non serve più come alibi?

Mozilla lo sa, ovviamente. Negli ultimi anni ha provato a diversificare: VPN, servizi premium, investimenti. Ma i numeri parlano chiaro: la dipendenza da Google non è mai stata davvero scalfita.

E forse è proprio questo il punto. Forse il banner dovrebbe dire qualcosa tipo: “Liberi dai miliardari, ma finanziati da loro. È complicato.”

Sarebbe meno accattivante, certo. Ma almeno sarebbe onesto.

Liberi dai miliardari, non dai loro soldi

In fondo, la relazione tra Mozilla e Google è una delle più lunghe e stabili del tech. Vent’anni di matrimonio finanziario, con una breve scappatella con Yahoo che si è conclusa con un assegno di risarcimento. C’è qualcosa di quasi romantico, in un modo un po’ cinico.

Google paga Mozilla per esistere. Mozilla esiste grazie a Google. E nel frattempo, entrambi possono raccontare storie diverse: Google quella dell’azienda che supporta la competizione, Mozilla quella dell’organizzazione indipendente che lotta per un web migliore.

Forse non è ipocrisia. Forse è semplicemente come funziona il mondo del tech nel 2025. Anche le alternative hanno bisogno di sponsor. Anche i ribelli hanno bisogno di finanziamenti. E a volte i finanziamenti arrivano proprio da chi dovresti combattere.

Non so se questo renda Mozilla meno valida come alternativa a Chrome. Probabilmente no, in termini pratici. Firefox resta un ottimo browser, con feature di privacy superiori e un’etica di sviluppo che rispetto.

Ma ogni volta che vedo quel banner, non posso fare a meno di sorridere. Con un po’ di amarezza, sì. Ma anche con la consapevolezza che la purezza ideologica, nel tech come altrove, è spesso più complicata di quanto i banner pubblicitari vorrebbero farci credere.

Almeno sono onesti su una cosa: sono effettivamente liberi dai miliardari da più di vent’anni. Semplicemente, non sono liberi dai loro soldi.

Cosa ti porti a casa

  • Firefox funziona come polizza antitrust per Google: una quota di mercato in calo vale comunque la partnership perché serve a dire ‘esiste un’alternativa e la supportiamo’.

  • La diversificazione di Mozilla — VPN, servizi premium, investimenti — non ha mai scalfito la dipendenza ventennale da un singolo cliente.

  • La critica non è al browser, che resta un’ottima alternativa tecnica a Chrome, ma al gap fra il marketing d’indipendenza e la struttura economica che lo smentisce.

Domande e risposte

Mozilla è davvero indipendente come dichiara nel banner 'Liberi dai miliardari'?

Formalmente sì: non è di proprietà di un miliardario. Finanziariamente no: dal 2005 tra l’80% e il 90% delle entrate arriva dalle royalty che Google paga per essere il motore di ricerca predefinito su Firefox. Nel 2023, 495 milioni di dollari su 653 totali. Il banner è tecnicamente corretto sulla proprietà, ma maschera una dipendenza finanziaria ventennale da una sola azienda controllata da miliardari.

Perché Google continua a pagare Mozilla se la quota di mercato di Firefox è in calo?

Perché Firefox funziona come alibi antitrust. Poter dire “esiste un browser indipendente e lo supportiamo finanziariamente” vale per Google molto più del costo della partnership. È una polizza assicurativa contro accuse di monopolio, non un investimento nel prodotto.

Cosa succede al modello economico di Mozilla se Google non rinnova?

Entra in crisi. I tentativi di diversificazione degli ultimi anni (VPN, servizi premium, investimenti) non hanno scalfito la dipendenza. Un mancato rinnovo o un intervento antitrust che proibisca questi accordi — entrambi scenari realistici — costringerebbe Mozilla a un ridimensionamento radicale.

Firefox resta una valida alternativa a Chrome nonostante questa dipendenza?

In termini pratici sì. Le feature di privacy sono superiori a Chrome, il contributo agli standard web aperti è reale, il codice è open source. La critica non riguarda il prodotto ma il gap fra il marketing d’indipendenza e la struttura economica — due cose che possono tranquillamente coesistere senza che nessuna delle due smetta di essere vera.

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