Le otto di sera
Le otto di sera, più o meno. La cena è finita da poco, i piatti nel lavandino, il tavolo ancora da sparecchiare. Mio figlio ha tre anni e sta cercando di convincermi a lasciargli il tablet ancora un pochino, che nella sua grammatica del tempo significa un periodo compreso tra i venti minuti e l’infinito. Dico no. Non con rabbia, non con un discorso pedagogico. Dico no con la stanchezza precisa di chi ripete la stessa scena ogni sera sapendo che la prossima sarà uguale.
Fin qui è una scena che qualunque genitore riconosce. Potrebbe succedere in qualunque casa.
So come funziona quel tablet
La differenza è il motivo per cui dico no. Non è perché ho letto un articolo allarmante sugli schermi, o perché seguo un pediatra su Instagram che consiglia il digital detox, o perché ai miei tempi si giocava fuori. Il motivo è che so come funziona quel tablet. Non in senso generico, non «la tecnologia fa male ai bambini». Lo so in senso tecnico. So come è fatto il software che ci gira sopra. So quali decisioni di design hanno preso le persone che lo hanno costruito, e so perché le hanno prese. So cosa succede quando mio figlio tocca lo schermo, quale logica decide cosa mostrargli dopo, e quale obiettivo quella logica sta cercando di raggiungere. Quell’obiettivo non è il suo benessere.
Questo lo so perché è il mio mestiere. Costruisco software da quasi vent’anni. Non lavoro per le grandi piattaforme social, non ho mai avuto un ufficio a Menlo Park o a Mountain View. Faccio cose molto più noiose: sistemi gestionali, piattaforme per la formazione, applicazioni che aiutano le aziende a organizzare dati. Roba che non finirebbe mai in un’inchiesta giornalistica perché non è abbastanza interessante.
Si potrebbe obiettare che allora il problema non mi riguarda, che le tecniche di cattura dell’attenzione sono cose da TikTok, da Meta, da ByteDance, e che tra una piattaforma social e un sistema gestionale c’è la differenza che passa fra una pista da Formula 1 e una strada di campagna. Sarebbe un’obiezione sensata se non fosse falsa. Le tecniche per tenere le persone incollate a uno schermo non sono un segreto industriale. Sono una disciplina condivisa, documentata, insegnata nelle conferenze a cui vado, discussa nei canali Slack dove passo le mie giornate lavorative. Sono patrimonio comune di chiunque costruisca prodotti digitali. Le leve che TikTok usa per far restare un quindicenne incollato allo schermo sono parenti strette delle leve che userei per aiutare un cliente ad aumentare il tempo medio di sessione su una piattaforma di formazione aziendale. Cambia il contesto, cambia l’intensità, cambia il tipo di utente. Gli strumenti di base si chiamano allo stesso modo, si insegnano nelle stesse conferenze, si ritrovano negli stessi libri di design.
La sera, a casa, leggo la planimetria del tablet di mio figlio come si legge il progetto di un edificio: questo serve a questo, quello serve a quello, qui il design ti spinge in questa direzione, lì ti impedisce di andare in quell’altra. La mattina lavoro con gli stessi strumenti di chi quella planimetria l’ha disegnata. Da questa frattura nasce un libro che ho scritto e che ho deciso di rendere disponibile gratuitamente. Si chiama I tuoi figli non sono i tuoi utenti, e prova a fare una cosa molto specifica: trasferire un pezzo di sapere professionale a chi quel sapere non lo ha, perché la differenza fra averlo e non averlo, quando si tratta dei propri figli, è enorme.
Skinner, il piccione, il feed
Per dare un’idea di che tipo di sapere parliamo prendo un solo esempio fra molti, quello che secondo me è il più importante e il meno conosciuto. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta lo psicologo B. F. Skinner fece una serie di esperimenti con dei piccioni in una gabbia. Se il piccione picchiava un disco col becco otteneva del cibo. Skinner scoprì una cosa interessante: se il cibo arrivava ogni volta che il disco veniva picchiato, il piccione lo picchiava quando aveva fame e basta. Se invece il cibo arrivava in modo imprevedibile, ogni tre volte, ogni cinque, ogni due, il piccione cominciava a picchiare il disco continuamente, in modo compulsivo, anche quando non aveva fame. La ricompensa variabile, quel meccanismo lì, è il motore psicologico delle slot machine. È anche il motore psicologico del feed di un social network, e non per analogia poetica ma per progettazione esplicita.
Quando vostro figlio scorre Instagram per venti minuti, la maggior parte dei contenuti che vede è banale, ininfluente, dimenticabile. Ogni tanto però arriva qualcosa di buono, qualcosa che lo fa ridere, una notizia che gli interessa, una foto che lo riguarda. Non sa quando arriverà. Sa solo che se continua a scorrere prima o poi arriva. Il suo cervello sta facendo, in versione elegante e digitale, esattamente quello che faceva il piccione di Skinner.
Random personalizzato
C’è una differenza importante che peggiora le cose, e che chi non lavora nel settore di solito non considera. Le slot delle sale giochi distribuiscono le vincite in modo casuale, perché non sanno nulla del giocatore. L’algoritmo di un social network sa cosa vi piace, su cosa vi fermate un secondo di più, cosa vi indigna, cosa vi commuove. Usa queste informazioni per calibrare la distribuzione dei contenuti in modo da massimizzare l’effetto del rinforzo variabile su di voi, specificamente. Non è più random, è random personalizzato, paradossalmente più efficace del puro caso perché mantiene l’imprevedibilità (non sapete quando arriverà il contenuto buono) aggiungendo la rilevanza (quando arriva, è calibrato sui vostri interessi). Per un cervello adolescente, la cui corteccia prefrontale è ancora in costruzione, questo meccanismo è particolarmente potente.
Gli altri meccanismi
La ricompensa variabile è uno dei meccanismi che il libro descrive. Ce ne sono altri: lo scroll infinito che elimina i punti di decisione, l’autoplay che rende il «continua a guardare» il default, le notifiche calibrate per produrre una risposta fisica involontaria, i dark pattern che rendono semplice iscriversi e difficile uscire. Sono tutti documentati, tutti insegnati, tutti applicati senza distinzione di età anche ai prodotti che vostro figlio ha sul telefono. Non c’è niente di clandestino in tutto questo. È letteratura aperta, accessibile a chiunque voglia leggerla. Il problema è che chi la legge è quasi sempre chi quei prodotti li costruisce, raramente chi li subisce.
Cosa sa chi costruisce, e cosa fa con i propri figli
Da qui nasce la domanda che dà il titolo al libro, e che è la più semplice che io conosca su tutta la faccenda. Le scuole private della Silicon Valley che vietano gli schermi in classe non sono una leggenda metropolitana. Tim Cook ha dichiarato pubblicamente che non avrebbe permesso a suo nipote di usare i social media. Sean Parker, primo presidente di Facebook, ha descritto il design della piattaforma come consapevolmente orientato a sfruttare una vulnerabilità della psicologia umana, e ha aggiunto che solo Dio sa cosa stia facendo al cervello dei nostri figli. Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente della crescita utenti di Facebook, ha detto pubblicamente che i suoi figli non avevano il permesso di usare quella roba. Le testimonianze di insider che ammettono di proteggere i propri figli dai prodotti che hanno contribuito a costruire non sono nascoste, non sono ambigue, non sono scarse. Basta cercarle.
L’osservazione che faccio nel libro, e che faccio anche qui, è più piccola e più ordinaria di queste dichiarazioni famose. Tra i colleghi che lavorano nel software con cui parlo regolarmente, quelli che hanno figli sono quasi unanimi su una cosa: regole più restrittive sull’uso del telefono rispetto alla media dei genitori non-tech, accesso ritardato ai social media, controllo attento di quali app vengono installate, conversazioni con i figli su come funzionano le notifiche e perché. Non è un dato scientifico, è un’osservazione aneddotica. Ma è coerente, è ricorrente, e la sua stessa esistenza dimostra il punto: chi conosce il meccanismo si comporta diversamente.
Se le persone che costruiscono queste cose ne tengono lontani i propri figli, cos’è che sanno e noi no?
Asimmetria informativa, e il libro
Non è una domanda retorica. Non c’è una stanza segreta dove i dirigenti del tech pianificano come danneggiare i bambini del mondo. C’è qualcosa di molto più banale e molto più difficile da combattere, che gli economisti chiamano asimmetria informativa. Da una parte c’è chi capisce come funzionano i prodotti digitali, come sono progettati, quali leve psicologiche usano e perché. Dall’altra c’è chi li usa, e li fa usare ai propri figli, senza avere quelle informazioni. Questa asimmetria esiste da quando esistono le industrie. I chimici delle aziende alimentari sanno cose sul cibo che i consumatori non sanno. Gli ingegneri automobilistici sanno cose sulle auto che i guidatori non sanno. La differenza è che in quei settori, nel tempo, si è costruito un sistema di etichette, standard di sicurezza, obblighi di trasparenza. Per i prodotti digitali quel sistema è ancora largamente da costruire, e nel frattempo i nostri figli ci passano dentro ore ogni giorno.
Il libro prova a colmare quel divario. Non tutto, sarebbe una pretesa eccessiva. Una parte. Spiega come funzionano i meccanismi principali in un linguaggio che non richiede competenze tecniche, racconta cosa sappiamo e cosa stiamo ancora cercando di capire sugli effetti che hanno sui nostri figli, e prova a delineare cosa possiamo fare ciascuno nel proprio ruolo: come genitori, come cittadini, come utenti, e anche, per chi come me lavora nel settore, come persone che costruiscono questa roba. Non è un manuale di sopravvivenza genitoriale, e non è un libro contro la tecnologia. È un tentativo di trasferire una piccola parte di sapere professionale a chi normalmente non lo riceve.
Il libro è gratuito, in epub e pdf, e si trova su ebook.margiovanni.it. Se lo leggete e vi è utile, la cosa che vi chiedo è di passarlo a un altro genitore. Quel passaggio fra due persone che si conoscono vale più di qualunque algoritmo di raccomandazione, ed è esattamente il tipo di cosa che i meccanismi di cui parla il libro non sanno fare.
Cosa ti porti a casa
Le tecniche di cattura dell’attenzione (ricompensa variabile, scroll infinito, autoplay, dark pattern) non sono un segreto industriale. Sono una disciplina condivisa, documentata, insegnata. Si trovano negli stessi libri, nelle stesse conferenze, nei canali Slack di chi costruisce qualunque prodotto digitale, non solo i social network.
La ricompensa variabile, scoperta da B. F. Skinner negli anni Quaranta e Cinquanta con dei piccioni, è il motore psicologico delle slot machine ed è anche il motore psicologico del feed di un social network. Non per analogia poetica, per progettazione esplicita.
L’algoritmo di un social network sa cosa vi piace, su cosa vi fermate un secondo di più, cosa vi indigna, cosa vi commuove. Usa queste informazioni per calibrare la distribuzione dei contenuti in modo da massimizzare l’effetto del rinforzo variabile su di voi specificamente. Random personalizzato, paradossalmente più efficace del puro caso. Su un cervello adolescente con corteccia prefrontale ancora in costruzione, è particolarmente potente.
I tecnici della Silicon Valley che hanno costruito queste piattaforme proteggono i propri figli dai loro stessi prodotti. Tim Cook, Sean Parker, Chamath Palihapitiya hanno parlato pubblicamente. I colleghi del settore con cui parlo regolarmente, quasi unanimi, applicano regole più restrittive della media dei genitori non-tech. Chi conosce il meccanismo si comporta diversamente.
Il problema strutturale è l’asimmetria informativa. Chi costruisce sa, chi usa non sa. Il libro I tuoi figli non sono i tuoi utenti prova a colmare una piccola parte di quel divario, in linguaggio non tecnico. È gratuito (epub e pdf) su ebook.margiovanni.it.
Domande e risposte
Perché un sistema gestionale aziendale dovrebbe usare le stesse tecniche di TikTok?
Cambia il contesto, cambia l’intensità, cambia il tipo di utente. Gli strumenti di base si chiamano allo stesso modo. Le leve che TikTok usa per tenere un quindicenne incollato sono parenti strette delle leve che userei per aiutare un cliente ad aumentare il tempo medio di sessione su una piattaforma di formazione aziendale. Sono insegnate nelle stesse conferenze, descritte negli stessi libri, applicate dagli stessi designer che cambiano azienda ogni due o tre anni. La differenza è di intensità e di target, non di natura.
Cos'è la ricompensa variabile, e perché conta?
La ricompensa variabile è un meccanismo psicologico studiato da B. F. Skinner tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Se a un piccione in gabbia dai del cibo ogni volta che picchia un disco, lo picchia quando ha fame. Se invece il cibo arriva in modo imprevedibile, lo picchia continuamente, anche quando non ha fame. È il motore psicologico delle slot machine. È anche il motore psicologico del feed di un social network. La maggior parte dei contenuti è banale, ogni tanto arriva qualcosa di buono, non sai quando arriverà ma sai che se continui a scorrere prima o poi arriva. Non è un’analogia poetica, è progettazione esplicita.
Cosa rende il random personalizzato peggio del puro caso?
Le slot delle sale giochi distribuiscono le vincite in modo casuale, perché non sanno nulla del giocatore. L’algoritmo di un social network sa cosa vi piace, su cosa vi fermate un secondo di più, cosa vi indigna, cosa vi commuove. Usa queste informazioni per calibrare la distribuzione dei contenuti in modo da massimizzare l’effetto del rinforzo variabile su di voi specificamente. Mantiene l’imprevedibilità (non sapete quando arriverà il contenuto buono) aggiungendo la rilevanza (quando arriva, è calibrato sui vostri interessi). Per un cervello adolescente, la cui corteccia prefrontale è ancora in costruzione, questo meccanismo è particolarmente potente.
I dirigenti del tech proteggono davvero i propri figli da quei prodotti?
Sì, e non è un segreto. Le scuole private della Silicon Valley che vietano gli schermi in classe non sono leggenda metropolitana. Tim Cook ha dichiarato pubblicamente che non avrebbe permesso a suo nipote di usare i social media. Sean Parker, primo presidente di Facebook, ha descritto il design della piattaforma come consapevolmente orientato a sfruttare una vulnerabilità della psicologia umana, e ha aggiunto che solo Dio sa cosa stia facendo al cervello dei nostri figli. Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente della crescita utenti di Facebook, ha detto che i suoi figli non avevano il permesso di usare quella roba. Le testimonianze sono pubbliche. Più ordinariamente, tra i colleghi del settore con cui parlo regolarmente, quelli con figli applicano quasi unanimemente regole più restrittive della media dei genitori non-tech. Chi conosce il meccanismo si comporta diversamente.
Cosa propone il libro, e dove si trova?
Il libro si chiama I tuoi figli non sono i tuoi utenti e prova a colmare una piccola parte dell’asimmetria informativa fra chi costruisce e chi subisce. Spiega come funzionano i meccanismi principali in linguaggio non tecnico, racconta cosa sappiamo e cosa stiamo ancora cercando di capire sugli effetti che hanno sui bambini, e prova a delineare cosa possiamo fare ciascuno nel proprio ruolo: come genitori, come cittadini, come utenti, e per chi lavora nel settore, come persone che costruiscono questa roba. Non è un manuale di sopravvivenza genitoriale e non è un libro contro la tecnologia. È un tentativo di trasferire un pezzo di sapere professionale a chi normalmente non lo riceve. È gratuito, in epub e pdf, su ebook.margiovanni.it.