Mi ricordo ancora il primo sito web che ho visto.
Era il 1996, avevo sedici anni, e lo schermo era uno di quei tubi catodici color crema che col tempo diventavano gialli, come se il sole li avesse masticati piano. Il modem era un Hamlet da 28.8 che occupava mezza scrivania e faceva un rumore che oggi, se lo sentissi in salotto, penseresti davvero a un corto circuito.
La pagina ci mise quaranta secondi a caricarsi. Quaranta secondi veri, non quelli che oggi chiamiamo “un attimo” mentre già stiamo aprendo un’altra tab. Era grigia, testo blu sottolineato, e poi un tramonto che si materializzava riga per riga dall’alto verso il basso, come una polaroid digitale che non aveva fretta.
Non avevo idea di cosa stessi guardando. Sapevo solo che era la cosa più bella che avessi mai visto.
Ieri, invece, ho chiesto a un’intelligenza artificiale di analizzare un contratto di sessanta pagine e propormi le clausole critiche. Ha finito in undici secondi.
Tra quei due momenti ci sono ventinove anni, un’intera carriera, e un cambio di paesaggio così grande che ogni tanto mi fermo e mi chiedo come sia possibile che la stessa persona abbia vissuto entrambe le cose.
Ho quarantacinque anni. Sono nato nel 1980. E ho la sensazione di appartenere a una generazione senza un nome davvero comodo, senza un manifesto, senza un’estetica riconoscibile. Però con una caratteristica che, almeno per me, pesa parecchio: abbiamo attraversato il cambiamento tecnologico più grande nella storia dell’umanità con la piena coscienza di entrambi i lati.
I figli del confine #
Siamo nati analogici e stiamo invecchiando in un mondo digitale che, in parte, abbiamo contribuito a costruire. E forse è questo che rende tutto un po’ strano.
Non siamo abbastanza giovani da essere “il futuro”, e non siamo abbastanza vecchi da essere “la memoria”. Stiamo nel mezzo, che è un posto poco fotogenico. Eppure è un punto di osservazione incredibile.
Abbiamo imparato a scrivere a mano prima che a digitare. Abbiamo usato le enciclopedie di carta prima di Google. Abbiamo telefonato con il disco combinatorio prima del cellulare, e col cellulare prima dello smartphone. Abbiamo comprato cd, poi scaricato mp3 da Napster, poi pagato Spotify. Abbiamo spedito lettere, poi email, poi messaggi, poi vocali.
Ogni passaggio l’abbiamo vissuto in tempo reale, con lo stupore di chi vede qualcosa apparire per la prima volta e la consapevolezza di chi sa cosa sta sostituendo.
Questa doppia consapevolezza, secondo me, è il nostro tratto distintivo.
I nativi digitali non sanno cosa hanno perso, perché non l’hanno mai avuto. I pre-digitali non sanno cosa hanno guadagnato, perché spesso non l’hanno mai usato davvero. Noi sappiamo entrambe le cose. E questo ci rende, a seconda delle giornate, i più lucidi o i più malinconici nella stanza.
La generazione sandwich #
A quarantacinque anni sei in una posizione strana anche sul lavoro.
In azienda, sei il senior. Quello che ha visto abbastanza da riconoscere i pattern, da sapere che il framework rivoluzionario di quest’anno rischia di diventare il legacy di dopodomani. Quello che i junior guardano come si guarda un monumento: con rispetto, ma anche con quell’idea inconfessabile che forse tu sia già un po’ fuori dal tempo.
Eppure non sei “il maestro”. Non hai sessant’anni e quaranta di carriera. Non hai attraversato tutte le guerre. Non hai la patina dell’autorità che arriva solo col tempo puro.
Sei in mezzo. Troppo esperto per essere ignorato, troppo giovane per essere un riferimento generazionale.
E nel frattempo il mondo accelera in una direzione che non hai scelto.
L’ai generativa è arrivata e ha rimescolato le carte in un modo che, se ci penso bene, nessuno aveva previsto così, due anni fa. I ventenni la usano come usano l’aria, senza pensarci. I sessantenni la guardano con diffidenza o la ignorano. E tu sei lì, nel mezzo, che la usi ogni giorno perché sai che è potente, ma la guardi con l’occhio di chi ha già visto abbastanza rivoluzioni da sapere che nessuna è mai pulita come promette.
Il cloud doveva risolvere tutto. DevOps doveva risolvere tutto. Agile doveva risolvere tutto. Blockchain doveva risolvere tutto.
Ogni volta qualcosa si è risolto, certo. E ogni volta si sono creati nuovi problemi, nuove dipendenze, nuove ansie.
A quarantacinque anni ti resta addosso questa capacità un po’ rara: entusiasmarti senza ubriacarti. Adottare senza adorare. Usare lo strumento senza diventare lo strumento.
Non so se è saggezza. Forse è solo stanchezza travestita da esperienza. Però è quello che ho, e a volte è l’unica cosa che serve nella stanza.
Il corpo che ricorda #
C’è un aspetto di cui si parla poco, e che invece a me sembra sempre più centrale: il corpo.
A quarantacinque anni il corpo comincia a presentarti il conto di vent’anni passati davanti a uno schermo. La schiena. Il tunnel carpale che va e viene. Gli occhi che la sera non mettono più a fuoco come prima. Il sonno che non è più quello di quando avevi trent’anni e potevi stare sveglio fino alle tre a debuggare e poi alle nove essere in ufficio come se niente fosse.
Ma il corpo ricorda anche com’era il mondo prima.
Le mie mani ricordano il peso di un’enciclopedia. Le mie orecchie ricordano il rumore del modem. I miei occhi ricordano lo schermo che si accendeva lentamente, e l’attesa che era parte dell’esperienza, non un difetto da eliminare.
Ricordo la noia dei pomeriggi senza internet. E ricordo che in quella noia nascevano idee, curiosità, tempo per pensare.
Non sto idealizzando il passato. Era anche più lento, più limitato, più ingiusto in mille modi.
Però averlo vissuto mi dà un metro di paragone che chi è nato nel 2000 non ha. Quando qualcuno mi dice che l’ai cambierà tutto, io ci credo. Ma so anche che “tutto” non cambia mai davvero come immaginiamo, perché le persone restano persone. E le persone sono più lente dei loro strumenti.
Quello che si vede da qui #
A quarantacinque anni cominci a guardare il tempo in modo diverso.
Non è più una riserva infinita. È una risorsa, e come tutte le risorse ha un vincolo. Questa cosa, lentamente, cambia il modo in cui lavori, in cui scegli i progetti, in cui decidi dove mettere l’energia.
A venticinque anni dicevi sì a tutto.
A trentacinque dicevi sì alle cose interessanti.
A quarantacinque dici sì alle cose che contano.
La differenza non è nella parola. È nel filtro. E il filtro è fatto di tutte le volte che hai detto sì a qualcosa che non contava e poi hai pagato il prezzo in tempo, in energia, in opportunità perse altrove.
Cominci a capire che la cosa più importante non è quanti progetti porti avanti, ma quanti ne rifiuti. Non è quante tecnologie conosci, ma quante hai il coraggio di non adottare. Non è quante ore lavori, ma cosa fai in quelle ore.
E ti rendi conto, con un misto di sollievo e vertigine, che metà delle cose per cui ti sei ammazzato non erano importanti. E le poche che lo erano, forse, le avresti potute fare in un terzo del tempo se avessi avuto il coraggio di eliminare il resto.
Il punto è che questa lucidità la puoi avere solo adesso. Non potevi averla a trenta. E forse non la potresti nemmeno spiegare a qualcuno di trenta.
È quel tipo di conoscenza che si acquisisce solo vivendola. Quindi è preziosa, ma anche un po’ intrasferibile. Puoi scrivere un articolo, puoi fare un talk, puoi dare un consiglio. Chi lo riceve capirà davvero solo tra quindici anni, quando si guarderà indietro e dirà: aveva ragione.
Metà #
Quarantacinque è la metà, se sei ottimista. È più della metà, se sei realista.
In entrambi i casi, è il punto in cui il futuro smette di essere più grande del passato. E questa consapevolezza, almeno per me, non è deprimente. È chiarificatrice.
A questo punto puoi fare due cose.
Puoi aggrapparti a quello che sai, blindare le tue competenze, difendere il tuo territorio. Diventare quello che spiega ai giovani come si facevano le cose una volta, con un misto di nostalgia e risentimento. Ce ne sono tanti, nella tech italiana. Li riconosci perché iniziano le frasi con “ai miei tempi” e le finiscono con un sospiro.
Oppure puoi fare l’altra cosa.
Puoi prendere tutto quello che sai, il modem, il primo sito web, il primo deploy andato male, il primo cliente perso, il primo team gestito, la prima notte in bianco, la prima volta che hai detto “non lo so” e il mondo non è crollato, e usarlo come lente per guardare quello che viene.
Non con la presunzione di chi sa già come andrà. Piuttosto con la calma di chi ha visto abbastanza da non farsi prendere dal panico.
Io ho scelto la seconda. Non perché sia più nobile, forse. Ma perché la prima mi sembra una forma lenta di resa, e a quarantacinque anni non ho abbastanza tempo per arrendermi.
Quel tramonto che si caricava riga per riga sullo schermo ingiallito era brutto. Sgranato, con colori sbagliati, metà pixel mancanti.
Però conteneva una promessa enorme: che il mondo stava per cambiare, e che io ero abbastanza giovane per farne parte.
Ventinove anni dopo, il mondo sta cambiando di nuovo.
E io sono ancora abbastanza giovane per farne parte.
Credo.