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Quando il software diventa un’intenzione

Ho creato un’app in 17 minuti senza scrivere codice. Non è la demo che conta, ma cosa succede al mercato consumer quando il software diventa un’intenzione.

Stamattina, mentre preparavo la colazione, ho costruito un prodotto digitale pronto per la produzione.

Non un prototipo messo lì tanto per, non un mockup con la frase implicita “poi lo sistemiamo”. Intendo proprio qualcosa di vivo, con un dominio, un backend funzionante, un’interfaccia usabile. Qualcosa che un utente vero può aprire adesso e usare.

Ci ho messo 17 minuti. Non ho scritto una riga di codice. Ho parlato con uno strumento AI.

Il risultato è music-map.uk, un’app che risponde a una domanda che forse non ti sei mai fatto: come suona questo posto nel mondo?

E no, questo post non parla di music-map. O meglio, non parla del prodotto in sé. Parla di cosa significa che una cosa del genere possa esistere così, in quel modo, mentre l’acqua per il caffè sta salendo.

La distinzione che cambia tutto #

Qui devo fare un chiarimento, perché altrimenti sembra che stia raccontando una storia che esiste già da anni, solo con un po’ di entusiasmo in più.

Esistono strumenti consumer che promettono esattamente questo: apri un browser, descrivi l’idea, e in pochi clic hai un’app. Lovable, Bubble, Glide, Softr. L’ecosistema è enorme e cresce continuamente.

Il punto è che, oggi, c’è ancora un gap abbastanza netto tra “ho costruito qualcosa che sembra un’app” e “ho costruito qualcosa che regge in produzione”. Non lo dico per snobismo, e nemmeno come giudizio su quei prodotti. In certi casi d’uso sono davvero ottimi.

È proprio una questione di sostanza: robustezza, scalabilità, controllo sul codice generato, capacità di intervenire quando qualcosa si rompe, ownership vera dell’infrastruttura. Quella sensazione, molto concreta, di sapere dove stanno i pezzi e cosa succede se uno di quei pezzi smette di funzionare.

Io ho usato strumenti pensati per chi, in qualche modo, sa già cosa sta costruendo. Strumenti che danno per scontato che tu abbia contesto tecnico, che tu sappia leggere un errore, che tu possa prendere decisioni architetturali quando te le mettono davanti.

Questa differenza oggi è ancora enorme. Ed è esattamente il punto.

Il b2b non mi spaventa, almeno per ora #

Mentre finivo il caffè mi è venuta addosso la domanda che nel settore aleggia sempre, anche quando facciamo finta di niente: questa cosa mi toglie il lavoro?

Nel b2b la risposta, per come la vedo adesso, è no. O almeno, non nel senso catastrofico che piace alla narrazione mainstream.

Perché il lavoro b2b fatto bene non è mai stato “scrivere codice”. È capire il contesto di un cliente, tradurre esigenze spesso confuse in requisiti tecnici precisi, garantire che un sistema regga sotto pressione, navigare compliance e normative, mantenere relazioni di fiducia nel tempo.

Nel quotidiano, in Oltrematica, mi capita di avere sul tavolo nello stesso momento una migrazione da Python a Laravel 12, framework di conformità alla Cyber Resilience Act, piattaforme sbom per clienti che devono rendicontare il proprio software a enti pubblici, e soluzioni legate alla Product Liability Directive che entrerà in vigore nel 2026. Non è roba che risolvi con una conversazione di 17 minuti.

L’AI ha cambiato come faccio quel lavoro. La velocità su certi task è aumentata in modo quasi imbarazzante. Ma il valore che porto non era nella battitura del codice. Era nel sapere cosa scrivere, perché, e soprattutto cosa evitare.

Quella parte, per ora, non è sparita. Anzi, forse si è rafforzata, perché mi lascia più spazio per pensare.

Il consumer è un’altra storia #

Sul consumer, invece, mi sento meno tranquillo. Non perché domani spariscono le app, ma perché mi sembra che stia cambiando la forma del mercato.

Se prendi la classica curva di adozione, innovatori, early adopter, maggioranza precoce, maggioranza tardiva, ritardatari, e ti chiedi dove siamo con gli strumenti ai per sviluppare software, viene fuori una cosa strana.

Per chi sviluppa, siamo già nella maggioranza precoce. Molti li usano ogni giorno, l’integrazione nei workflow è reale, la produttività è misurabile.

Per un utente non tecnico, invece, siamo ancora tra innovatori e primissimi early adopter. La soglia tecnica è ancora alta. Non alta come dieci anni fa, ma abbastanza da escludere la maggior parte delle persone.

E quella soglia si abbassa ogni mese. Non sempre in modo lineare. A volte succede un salto, magari perché qualcuno trova un’interfaccia che funziona davvero, o perché un modello diventa abbastanza capace da gestire l’ambiguità del linguaggio naturale senza costringerti a correggerlo ogni due minuti.

Quando quella soglia scenderà abbastanza da essere attraversata da una persona normale, una che non sa cosa sia un server e non vuole nemmeno saperlo, il mercato consumer del software cambierà in modo irreversibile.

Il vero “prodotto” delle app consumer #

Provo a dirla in modo semplice.

Negli ultimi quindici anni un’app consumer ha funzionato così: qualcuno aveva un’idea, e solo chi aveva competenze tecniche, o soldi per comprarle, riusciva a trasformarla in un prodotto. Poi quel prodotto veniva distribuito e usato da altri.

Il valore era nell’esecuzione, certo. Ma sotto sotto c’era un’altra cosa: la distanza.

La distanza tra l’avere un’intenzione e il poterla usare.

Quel gap, tra “vorrei” e “posso”, è stato il mercato. Le app consumer esistevano perché c’era una barriera tecnologica tra chi sapeva costruire e chi voleva usare.

Se quella distanza si annulla, se chiunque può descrivere ciò che vuole e ricevere in cambio software funzionante calibrato sui propri bisogni, cosa rimane del modello tradizionale?

Non sto dicendo che le app spariscono domani. Sto dicendo che il meccanismo che ha sostenuto una parte enorme del consumer potrebbe smettere di funzionare prima di quanto ci aspettiamo.

Il software personalizzato diventerà normale? #

Da qualche mese mi ronza in testa un’idea che mi sembra radicale, ma forse lo è solo perché siamo abituati al contrario.

Nel mondo fisico la produzione di massa ha senso perché la personalizzazione costa. Una sedia su misura costa molto più di una sedia Ikea. Quindi accetti un compromesso e compri qualcosa di standard, “abbastanza buono”.

Il software ha funzionato allo stesso modo. Un’app per prendere note è progettata per milioni di persone, quindi farà scelte che vanno bene per molti e sono perfette per pochissimi. Tu la compri perché costruirtela su misura, fino a ieri, costava anni o migliaia di euro.

Ma se il costo della personalizzazione crolla quasi a zero?

Se posso descrivere come voglio davvero la mia app per le note, con le categorie che uso io, il flusso che preferisco io, integrata con gli strumenti che ho già, ha ancora senso comprare quella pensata per milioni di utenti?

Forse sì, per comodità. Forse no, se la differenza tra “adattarmi” e “averla come la voglio” diventa troppo evidente.

Mi chiedo se il software di massa farà la fine della musica commerciale nell’era dello streaming. Rimane, certo, ma smette di essere il centro di tutto, perché accanto crescono esperienze più personali, più su misura.

Chi potrebbe resistere #

Se questo scenario si avvera, e ci metto un “se” non perché dubito della direzione, ma perché la velocità e la forma del cambiamento sono davvero incerte, ci sono modelli consumer che sembrano più solidi di altri.

Le piattaforme di rete, per esempio. Twitter, Linkedin, WhatsApp. Il loro valore non sta nell’app in sé, ma nel fatto che ci sono dentro tutti gli altri. Non puoi avere la tua versione personalizzata di una rete, perché una rete senza rete è solo un’interfaccia vuota.

Poi ci sono i servizi con dati proprietari. Spotify non vende un player musicale. Vende accesso a cataloghi, metadati, licenze, algoritmi alimentati da miliardi di ascolti. Quella roba non la generi con un prompt.

E ci sono i prodotti dove trust e compliance sono parte del pacchetto. Finanza, sanità, legale. Anche se un AI ti generasse il software perfetto, rimane la domanda: chi si prende la responsabilità? Chi certifica? Chi risponde quando qualcosa va storto?

Infine, forse, i prodotti di fascia altissima con UX eccezionale. Alcune esperienze sono curate in un modo che non è solo “funziona”, è proprio qualità percepita. Notion, Linear, Figma. Replicare funzionalità è una cosa. Replicare quella coerenza, quel dettaglio, quella fiducia estetica e operativa è un’altra.

Quello che rischia di soffrire di più, invece, sono le utility di nicchia. Le app che “fanno una cosa sola”, i micro-saas da 9,99 al mese che vivono perché risolvono un problema specifico meglio degli altri. Se me lo posso costruire in un’ora, quel prezzo inizia a tremare.

La barriera che rimane, per ora #

C’è un’obiezione legittima, e la sento anch’io.

Le persone non vogliono costruire le proprie cose. Vogliono usarle.

È vero. E probabilmente lo sarà ancora per un bel po’. C’è comodità, c’è fiducia, c’è risparmio cognitivo. Anche solo formulare bene cosa vuoi è una fatica, figuriamoci iterare, correggere, scegliere.

Però quella barriera non è stabile. Si abbassa con l’abitudine. Si abbassa con interfacce migliori. Si abbassa con l’educazione digitale. E si abbassa soprattutto quando il vantaggio di avere qualcosa su misura diventa abbastanza evidente da giustificare lo sforzo, mentre lo sforzo continua a ridursi.

Secondo me il punto di inflessione non sarà “lo strumento è diventato accessibile”. Sarà “la prima volta che qualcuno che conosco mi mostra cosa ha fatto in 20 minuti e io penso: potrei farlo anch’io”.

Quel momento sta arrivando. Per alcune persone è già arrivato.

Cosa potremmo vedere nei prossimi anni #

Non sono un analista e non ho una sfera di cristallo, quindi prendete queste come sensazioni informate, non come previsioni.

Penso che vedremo una prima ondata di prodotti consumer che non vengono più acquistati ma costruiti. All’inizio nei segmenti più tech-friendly, developer, designer, studenti universitari, e poi a cerchi concentrici.

Penso che vedremo una pressione enorme sui prezzi dei micro-saas. Non perché diventino inutili, ma perché diventa difficile giustificare un abbonamento quando la stessa utilità è generabile su richiesta. Sopravvivrà chi offre qualcosa che non si genera facilmente: dati, network, fiducia, integrazione profonda con ecosistemi esistenti.

E penso che emergeranno nuovi intermediari. Non “costruttori di app”, ma curatori e distributori di intenzioni di software. Gente che impacchetta prompt, configurazioni, flussi già testati, così altri possono creare senza partire da zero. Una specie di marketplace di template, ma più profondo, più operativo.

Probabilmente arriveranno anche tentativi di regolamentazione, più o meno goffi, su alcuni scenari particolari.

La colazione come metafora #

Torno al punto di partenza, perché è lì che mi è rimasta addosso la sensazione.

Non è la velocità che mi ha colpito davvero. È il costo cognitivo. Ero distratto, stavo facendo altro, avevo la testa su due cose in parallelo. Non era una sessione di lavoro. Non era “oggi costruisco un prodotto”.

Eppure il risultato è abbastanza buono da stare online.

Questo, per me, è il segnale. Il fatto che produrre software stia diventando qualcosa che fai in parallelo ad altro, come mandare una mail o cercare qualcosa su Google. Un’azione che non richiede più un contesto dedicato, una competenza specifica, un’energia mentale speciale.

Quando una cosa diventa così, cambia il suo posto nella gerarchia cognitiva e culturale. E con esso cambia il mercato che ci è cresciuto intorno.

Il software sta diventando un’intenzione. Non ancora per tutti, non ancora in modo stabile, ma la direzione è quella, e la velocità sta aumentando.

E allora la domanda che mi rimane, stamattina, è questa.

Se stai costruendo un prodotto consumer, il valore sta nella distanza tecnologica tra te e il tuo utente, oppure in qualcosa che esiste anche quando quella distanza non esiste più?

Se non hai una risposta chiara, forse è il momento di trovarne una.