IT EN
· 7 min di lettura

La mia lavatrice vuole il WiFi

Ho comprato una lavatrice e mi ha chiesto app, account e WiFi. Una storia normale, eppure inquietante, su dati, dipendenza e un bottone.

Tempo fa ho comprato una lavatrice.

Non una lavatrice speciale. Una lavatrice. Di quelle che lavano i panni. Che è, se non sbaglio, l’unica cosa che una lavatrice deve fare.

L’ho portata a casa, l’ho attaccata all’acqua, l’ho attaccata alla corrente, ho aperto lo sportello e dentro ho trovato, insieme al manuale in quattordici lingue e al foglietto con le istruzioni per il primo lavaggio, un adesivo con un qr code e la scritta: “scarica l’app per un’esperienza completa”.

Un’esperienza completa. Per lavare i panni.

Ho scaricato l’app. Per curiosità professionale, mi sono detto. Perché lavoro con la tecnologia e volevo capire. In realtà perché sono debole, come tutti, e quando qualcosa mi dice “scarica l’app” io scarico l’app. È un riflesso condizionato. Siamo tutti cani di pavlov con un id apple.

L’app mi ha chiesto di creare un account. Nome, cognome, email, password con almeno una maiuscola, un numero, un carattere speciale e, probabilmente, il nome del tuo primo animale domestico. Poi mi ha chiesto di accettare i termini di servizio. Ventitré pagine che nessun essere umano nella storia dell’umanità ha mai letto, compreso l’avvocato che le ha scritte.

Poi mi ha chiesto di connettere la lavatrice al wifi.

Poi mi ha chiesto l’accesso alla posizione del telefono.

Poi mi ha chiesto di abilitare le notifiche.

Ho accettato tutto. Come tutti. Perché l’alternativa era premere “rifiuta” e usare la lavatrice come una lavatrice, il che apparentemente nel 2026 è un atto di resistenza civile.

Cosa sa la mia lavatrice #

Adesso la mia lavatrice è connessa. È online. Ha un indirizzo ip. È, tecnicamente, un nodo della rete globale, alla pari di un server di google o del sito del pentagono. La mia lavatrice e il pentagono condividono un’infrastruttura. Questo pensiero mi tiene sveglio la notte.

Cosa fa la mia lavatrice con questa connessione? L’app me lo mostra con orgoglio.

Può dirmi quanto dura il ciclo in corso. Può mandarmi una notifica quando il lavaggio finisce, informazione che prima ricavavo da un suono rivoluzionario chiamato “bip”. Può mostrarmi statistiche sui miei consumi idrici mensili sotto forma di grafico a torta. Può suggerirmi il programma ottimale in base al tipo di tessuto, cosa che mia nonna faceva a occhio nel 1974 con risultati migliori.

In cambio di questi servizi straordinari, la mia lavatrice sa a che ora faccio il bucato, quante volte a settimana, che programmi uso, quanto detersivo consumo, se lavo di più il lunedì o il giovedì, e a che temperatura preferisco lavare le lenzuola.

Sa che il sabato mattina faccio un lavaggio lungo e il mercoledì sera uno rapido. Sa che a gennaio lavo più pile e a luglio più cotone. Sa cose di me che io non sapevo di me.

E questi dati vanno dove? A chi? Per fare cosa?

Non lo so. Era scritto nelle ventitré pagine. Che non ho letto. Come tutti.

L’internet delle cose inutili #

La mia lavatrice non è sola. È parte di un esercito.

Il frigorifero del mio vicino ha una telecamera interna che ti mostra cosa c’è dentro quando sei al supermercato. Idea affascinante, se non fosse che per sapere se hai finito il latte potresti anche, e sto per dire una cosa radicale, aprire il frigorifero prima di uscire.

Lo spazzolino elettrico di mia cognata ha il bluetooth e un’app che le dice se spazzola abbastanza a lungo il quadrante superiore destro. Lo spazzolino la giudica. Lo spazzolino le dà un punteggio. Mia cognata ha l’ansia da prestazione dell’igiene orale.

Il termostato connesso ti permette di accendere il riscaldamento dal telefono quando sei ancora in ufficio. Comodo, finché il server dell’azienda che lo produce va giù e ti ritrovi a febbraio con un termostato che non funziona perché il cloud ha il singhiozzo. Un termostato che dipende dal cloud. Rilasciate questa frase nel mondo e lasciatela agire.

La bilancia smart manda il tuo peso a un’app che lo condivide col tuo profilo fitness che lo incrocia con i dati del tuo orologio che lo correla col tuo sonno. Tutta questa ingegneria per dirti una cosa che la bilancia analogica di tuo nonno ti diceva già: hai mangiato troppo a natale.

Nessuno ha chiesto queste cose. Non c’è stato un referendum. Non c’è stata un’indagine di mercato in cui i cittadini hanno dichiarato: sapete cosa ci manca? Che il tostapane parli col router.

Eppure eccoci, circondati da oggetti che raccolgono dati su di noi in cambio di funzionalità che non ci servono.

Intelligente per chi #

Fermiamoci un momento sulla parola “smart”.

Smart tv. Smart speaker. Smart lock. Smart fridge. Smart toothbrush. Smart washing machine. Tutto è smart. La domanda che nessuno fa è: intelligente per chi?

Non per me. Io non ho bisogno che la lavatrice mi mandi una notifica. Sento il bip dall’altra stanza. Ci ho messo quarantacinque anni a sviluppare questa tecnologia, si chiama “orecchie”, e funziona benissimo anche in modalità offline.

Non per mia madre. Mia madre non ha l’app. Non ha il wifi vicino alla lavatrice. Non vuole un account. Vuole premere un bottone e trovare i panni puliti. Smart, per mia madre, è la lavatrice che fa il suo lavoro senza chiedere niente in cambio.

Smart è per chi raccoglie i dati. Per il produttore che adesso sa come milioni di persone usano le sue lavatrici e può vendere questa informazione. Per l’azienda di detersivi che potrebbe, un giorno, pagare per apparire come “detersivo consigliato” nell’app della tua lavatrice. Sì, le pubblicità nel bucato, ci arriveremo.

Per l’assicurazione che potrebbe incrociare i dati del tuo consumo domestico con quelli del tuo profilo di rischio. Per chiunque tranne te.

L’internet of things non è stato progettato per rendere la tua vita più comoda. È stato progettato per rendere la tua vita più leggibile. Ogni oggetto connesso è un sensore puntato verso di te, che trasforma le tue abitudini in dati e i tuoi dati in valore, per qualcun altro.

Il prezzo del bip #

C’è un aspetto di questa storia che mi inquieta più degli altri, e non è la privacy. È la dipendenza.

Un termostato non connesso funziona per vent’anni. Lo attacchi al muro, imposti la temperatura, te ne dimentichi. Non ha bisogno di aggiornamenti firmware. Non ha bisogno che l’azienda che lo ha prodotto continui a esistere. Non smette di funzionare perché qualcuno ha deciso di dismettere un server.

Un termostato smart funziona finché il produttore decide che funziona. Quando il modello diventa vecchio, l’app non viene più aggiornata. Quando l’app non viene più aggiornata, il sistema operativo del telefono la rende incompatibile. Quando l’azienda chiude, il server chiude con lei, e il tuo termostato diventa un rettangolo di plastica appeso al muro.

Si chiama obsolescenza come servizio. Non è un bug, è il modello di business.

Ogni oggetto che dipende da un cloud è un oggetto in affitto. Non lo possiedi. Lo usi finché qualcun altro te lo permette. E il giorno in cui smette di funzionare, non puoi aggiustarlo. Puoi solo ricomprarlo.

Mia nonna aveva una lavatrice che è durata ventiquattro anni. Quando si rompeva, veniva il tecnico, cambiava un pezzo, e ripartiva.

La mia lavatrice smart probabilmente durerà lo stesso, ma l’app che la controlla no. Tra cinque anni quell’app sarà un reperto archeologico. E io avrò una lavatrice perfettamente funzionante a cui manca il cervello.

Il bottone #

Sapete qual è la parte più bella della mia lavatrice? Il bottone.

Quello fisico. Quello rotondo, di plastica, che gira e fa click. Quello che non ha bisogno del wifi, non ha bisogno dell’app, non ha bisogno della mia email, non ha bisogno di sapere dove mi trovo.

Quello che quando lo premi fa esattamente una cosa: avvia il lavaggio.

Nessun account. Nessun termine di servizio. Nessun dato che viaggia verso un server di cui non conosco la posizione. Solo un gesto meccanico, un click, e l’acqua che parte.

Il bottone è la tecnologia più avanzata della mia lavatrice. Perché il bottone ha capito una cosa che l’internet of things non ha ancora capito: che la vera intelligenza di un oggetto sta nel fare bene una cosa sola senza chiedere niente in cambio.

Ho disinstallato l’app. Uso il bottone. I panni vengono puliti lo stesso.

Anzi, forse un po’ meglio. Perché adesso non li lavo più col senso di colpa di chi non ha letto ventitré pagine di termini di servizio.