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Il progresso non è una direzione: anatomia di un equivoco pericoloso

Quando qualcuno grida che lo Stato "frena il progresso", sta davvero parlando di progresso, o di qualcos'altro?

Premessa: perché un informatico vi parlerà di Condorcet #

C'è una cosa che devo dire prima di tutto il resto, perché è la ragione per cui questo articolo esiste.

Ho fatto il liceo scientifico. Mi sono laureato in Filosofia a Urbino, una di quelle università dove la filosofia non è un accessorio ma un modo di stare al mondo, dove ti insegnano che le domande contano più delle risposte e che "a cosa serve?" è essa stessa una domanda filosofica. Poi ho scelto la tecnologia. Ho scritto codice, gestito infrastrutture, costruito prodotti digitali per vent'anni. E per vent'anni mi sono sentito ripetere, con sfumature variabili tra il benevolo e il sarcastico, che la filosofia "non serve a niente". Che nel mondo del tech contano i linguaggi di programmazione, i framework, i deployment. Che Kant e Popper sono lussi intellettuali simpatici ma sostanzialmente decorativi, tipo un quadro sopra il divano del salotto.

Ho sempre saputo che non era vero. Lo sentivo ogni volta che in una riunione di progetto coglievo un'implicazione etica che gli altri non vedevano. Lo sentivo quando leggevo una normativa europea e, invece di vederci solo un elenco di adempimenti, ci riconoscevo la traduzione giuridica di un principio filosofico preciso. Lo sentivo quando discutevo di architettura software e mi rendevo conto che le decisioni veramente importanti non erano tecniche: erano decisioni su che tipo di mondo quel software avrebbe contribuito a creare.

Oggi quella sensazione si è trasformata in certezza. La formazione umanistica non è un complemento del pensiero tecnico. Ne è il fondamento etico indispensabile. Senza di essa, la tecnologia è cieca. Potente, velocissima, efficientissima, e cieca.

Viviamo in un momento storico in cui i sistemi che costruiamo possono alterare lo sviluppo neurologico di un'intera generazione, influenzare elezioni, decidere chi ottiene un mutuo e chi no, determinare cosa milioni di persone crederanno vero domani mattina. In questo contesto, sapere come si configura un cluster Kubernetes non basta. Bisogna anche sapere cosa pensava Hans Jonas della responsabilità verso il futuro. Bisogna aver letto Mill sul confine tra libertà e danno. Bisogna conoscere il dislivello prometeico di Anders, e riconoscerlo quando lo si vede implementato in un algoritmo di raccomandazione.

Non è più una questione accademica. Non è il lusso di chi ha tempo per le letture colte. È una questione esistenziale, nel senso più concreto e meno retorico del termine. Esistenziale per noi come specie, perché le decisioni tecnologiche di questo decennio definiranno le condizioni cognitive e sociali in cui vivranno i nostri figli. Ed esistenziale per i business, perché chi costruisce tecnologia senza una bussola etica non sta solo correndo un rischio morale: sta correndo un rischio di mercato. L'Europa lo ha capito. L'AI Act, il GDPR, il Cyber Resilience Act, la Product Liability Directive sono il segnale che il tempo della tecnologia senza pensiero critico è finito. Chi non sa leggere quel segnale, chi non ha gli strumenti culturali per capire perché quelle norme esistono e non solo come adempierle, resterà indietro. Non per punizione, ma per inadeguatezza.

Quindi sì: dopo vent'anni nel tech, posso dire con ragionevole sicurezza che la laurea in filosofia è stata la decisione professionale più importante della mia vita. Più di qualsiasi certificazione, più di qualsiasi linguaggio imparato, più di qualsiasi progetto consegnato. Perché mi ha dato l'unica cosa che la tecnologia non può darti: la capacità di chiederti se quello che stai costruendo dovresti costruirlo.

Quello che segue è un tentativo di spiegare perché.


L'arma retorica più potente del nostro tempo #

C'è una parola che, nel dibattito pubblico contemporaneo, funziona come un passepartout argomentativo. Una parola che chiude le discussioni invece di aprirle, che trasforma chi la invoca in difensore della civiltà e chi la questiona in oscurantista. Quella parola è progresso.

"L'Europa frena il progresso." "La burocrazia uccide l'innovazione." "Le regolamentazioni incatenano il futuro." Queste frasi le sentiamo quotidianamente, nei talk show, nei thread su X, nelle keynote delle conferenze tech, nei blog post dei venture capitalist della Bay Area. Si presentano come evidenze, ma nascondono una premessa mai esplicitata: che il progresso sia una forza naturale, unidirezionale, intrinsecamente benefica, e che qualsiasi ostacolo sul suo cammino sia per definizione un danno all'umanità.

Ma è davvero così? O stiamo confondendo il progresso con qualcosa di molto più banale e molto meno nobile?


Cos'è il progresso, e cos'è stato #

Per rispondere, dobbiamo prima capire da dove viene l'idea stessa di progresso. Non è un concetto eterno: è un'invenzione storica, e neanche troppo antica.

L'Illuminismo e la nascita di un'idea #

L'idea che la storia umana abbia una direzione, che il domani sarà migliore dell'oggi, è un prodotto dell'Illuminismo europeo del XVIII secolo. Prima di Condorcet, Voltaire e Kant, il tempo era percepito come ciclico (nel mondo greco-romano) o come decadenza da un'età dell'oro perduta. L'Illuminismo ha rivoluzionato questa percezione: la ragione umana, applicata sistematicamente, poteva migliorare le condizioni materiali, morali e politiche della specie.

Condorcet, nel suo Esquisse d'un tableau historique des progrès de l'esprit humain (1795), immaginava un'umanità che avanza per stadi verso la perfezione attraverso l'educazione, la scienza e l'abolizione dei pregiudizi. Era una visione potente e, per molti aspetti, generosa. Ma conteneva già un germe problematico: l'idea che il progresso fosse inevitabile, quasi una legge naturale.

Kant, più sottile, distingueva tra progresso tecnico e progresso morale. Nel suo Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784) suggeriva che l'umanità potesse avanzare verso una società civile universale, ma solo attraverso il conflitto, la fatica, e soprattutto attraverso istituzioni capaci di incanalare la "insocievole socievolezza" degli esseri umani. Per Kant il progresso non era automatico: richiedeva strutture, leggi, vincoli reciproci. Richiedeva politica.

Il positivismo e l'equivoco fondativo #

È con Auguste Comte e il positivismo ottocentesco che l'idea di progresso si salda definitivamente a quella di progresso tecnico-scientifico. Comte teorizzava una "legge dei tre stadi" (teologico, metafisico, positivo) in cui la scienza avrebbe progressivamente sostituito ogni altra forma di conoscenza, guidando l'umanità verso un ordine razionale.

Qui nasce l'equivoco che ci trasciniamo ancora oggi: l'identificazione tra avanzamento tecnologico e miglioramento della condizione umana. Un equivoco che il XX secolo avrebbe dovuto distruggere per sempre, e che invece, con ostinazione quasi inspiegabile, continua a prosperare.

Il secolo che avrebbe dovuto insegnarci tutto #

Il Novecento è stato il laboratorio definitivo per testare l'equazione "più tecnologia = più progresso". I risultati sono stati inequivocabili.

La stessa scienza che ha prodotto la penicillina ha prodotto il gas nervino. La stessa ingegneria che ha costruito ponti e acquedotti ha costruito le camere a gas, con efficienza industriale, con precisione tecnica, con progresso nei metodi. La fissione nucleare ha dato all'umanità una fonte energetica straordinaria e, contemporaneamente, la capacità di autoannientarsi.

Günther Anders, nel suo L'uomo è antiquato (1956), ha colto questa frattura con una lucidità che toglie il fiato. Anders ha formulato il concetto di "dislivello prometeico": la nostra capacità tecnica di produrre supera radicalmente la nostra capacità di immaginare le conseguenze di ciò che produciamo. Possiamo costruire una bomba che uccide centomila persone, ma non possiamo sentire, emotivamente e moralmente, cosa significhi la morte di centomila persone. Siamo diventati, scriveva Anders, più piccoli dei nostri prodotti.

Hannah Arendt, analizzando il processo Eichmann, ha mostrato qualcosa di ancora più disturbante: che il male più radicale del XX secolo non è stato commesso da mostri, ma da burocrati efficienti. La "banalità del male" è, in un certo senso, il progresso organizzativo applicato alla distruzione. Eichmann non odiava gli ebrei: ottimizzava i processi logistici. Era, a suo modo, un innovatore.


Il pensiero che uccide: un esperimento mentale #

Facciamo un passo ulteriore. Facciamolo insieme, con la serietà che merita.

Immaginiamo che domani, attraverso una qualche convergenza di neuroscienza, nanotecnologia e interfacce cervello-computer, diventi possibile uccidere un altro essere umano con la sola forza del pensiero. Nessuna arma fisica. Nessun intermediario. Un'intenzione mentale sufficientemente focalizzata, e l'altra persona muore.

Questo sarebbe progresso tecnologico?

La risposta superficiale è sì. È un avanzamento nella comprensione del cervello, nelle capacità delle interfacce neurali, nella miniaturizzazione della tecnologia. Soddisfa tutti i criteri con cui normalmente definiamo il progresso tecnico: è nuovo, è più potente di ciò che c'era prima, rappresenta una frontiera della conoscenza.

Ma qualcosa in noi, qualcosa di profondo e pre-argomentativo, si rivolta contro questa risposta. Sentiamo che c'è qualcosa di sbagliato. E quel "qualcosa" è esattamente ciò che dobbiamo esaminare, perché è lì che si nasconde la vera natura del progresso.

L'etica della responsabilità di Hans Jonas #

Hans Jonas, nel suo Il principio responsabilità (1979), ha anticipato questo tipo di dilemma. Scriveva in un'epoca in cui la manipolazione genetica e l'energia nucleare erano le frontiere della tecnica, ma il suo ragionamento si applica con una pertinenza impressionante al nostro esperimento mentale.

Jonas parte da una constatazione: l'etica tradizionale è inadeguata per affrontare il potere tecnologico moderno. L'etica classica, da Aristotele a Kant, presupponeva che la natura fosse sostanzialmente invulnerabile all'azione umana, e che le conseguenze delle nostre azioni fossero circoscritte nello spazio e nel tempo. La tecnologia moderna ha reso queste premesse false: oggi possiamo alterare il clima, modificare il genoma e, nel nostro esperimento, abolire ogni barriera tra intenzione e omicidio.

Da qui Jonas formula il suo imperativo categorico tecnologico: "Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un'autentica vita umana sulla terra." Non è un imperativo conservatore: è un imperativo di responsabilità verso il futuro. La domanda non è "possiamo farlo?", ma "che tipo di mondo creiamo facendolo?".

Nel caso del pensiero che uccide, la risposta è chiara: creeremmo un mondo in cui la convivenza umana, il fondamento di ogni civiltà, diventerebbe impossibile. Non ci sarebbe più alcun luogo sicuro, perché la minaccia risiederebbe nella mente stessa. Ogni interazione umana sarebbe avvelenata dal terrore. Non sarebbe la fine della tecnologia: sarebbe la fine della società.

Il filtro di Mill: il danno come confine della libertà #

John Stuart Mill, nel suo On Liberty (1859), ha formulato il principio che dovrebbe essere il faro di ogni discussione sul progresso: la libertà individuale è sacra, ma finisce dove inizia il danno agli altri. È il cosiddetto "harm principle", e nella sua semplicità contiene una saggezza enorme.

Applicato al nostro esperimento: la capacità di uccidere con il pensiero non è un'espansione della libertà umana. È la sua negazione assoluta. Se chiunque può uccidere chiunque senza intermediari, non esiste più alcuna libertà, perché la libertà presuppone la sicurezza dell'esistenza fisica. Non puoi esercitare la libertà di parola, di movimento, di pensiero se qualcuno può annientarti con un'intenzione.

Mill ci insegna qualcosa che dovremmo tatuarci addosso: non ogni espansione del potere individuale è un progresso. Alcune capacità, se distribuite universalmente, non emancipano: distruggono. Il progresso autentico non è l'aumento illimitato della potenza, ma l'aumento della potenza entro i confini che rendono possibile la convivenza.

Popper: la società aperta e i suoi nemici (anche tecnologici) #

Karl Popper, ne La società aperta e i suoi nemici (1945), ha costruito la difesa filosofica più robusta delle istituzioni democratiche contro ogni forma di utopismo, incluso quello tecnologico.

Popper diffidava profondamente delle grandi narrative sul progresso inevitabile. Per lui il progresso non era una marcia trionfale ma un processo di congetture e confutazioni: proviamo, sbagliamo, correggiamo. E, punto cruciale, possiamo correggere solo se esistono istituzioni che ci permettono di farlo senza violenza. La società aperta è quella che ha meccanismi di autocorrezione: parlamenti, tribunali, stampa libera, leggi modificabili.

Quando qualcuno dice che le regolamentazioni "incatenano il progresso", sta dicendo, consapevolmente o meno, che i meccanismi di autocorrezione sono un ostacolo. Ma un ostacolo a cosa, esattamente? Se il "progresso" non può sopravvivere al vaglio democratico, al dibattito pubblico, alla valutazione dei rischi, forse non è progresso. Forse è solo fretta travestita da visione.


Chi grida al progresso incatenato: una tassonomia #

Quando nel dibattito pubblico qualcuno lamenta che gli stati o le organizzazioni sovranazionali "frenano il progresso", vale la pena chiedersi: chi sta parlando, e quali interessi rappresenta?

Il tecno-ottimista in buona fede #

Esiste certamente chi crede sinceramente che la tecnologia sia la soluzione a tutti i problemi umani. La posizione è comprensibile: la tecnologia ha risolto problemi enormi, dalla mortalità infantile alle carestie alle epidemie. Ma il tecno-ottimismo diventa pericoloso quando si trasforma in tecno-determinismo: l'idea che la tecnologia, lasciata a sé stessa, produca sempre risultati positivi. La storia dice il contrario.

L'imprenditore che confonde il proprio interesse con l'interesse generale #

Qui il territorio si fa più delicato. Quando un CEO della Silicon Valley denuncia la regolamentazione europea sull'AI come "ostacolo al progresso", sta davvero difendendo il futuro dell'umanità o sta difendendo il proprio modello di business? La confusione tra interesse privato e bene comune è antica quanto il capitalismo, ma nell'era tech ha assunto una forma particolarmente insidiosa: si presenta vestita di futuro, di innovazione, di visione.

Marc Andreessen, nel suo Techno-Optimist Manifesto (2023), ha portato questa posizione alle sue conseguenze logiche: i mercati sono il meccanismo di progresso per eccellenza, la regolamentazione è un freno, e chi la difende è un "deceleratore", un nemico del futuro. Posizione che ha il merito della chiarezza e il difetto della cecità: ignora completamente che i mercati, senza regole, non producono progresso ma concentrazione di potere. Lo sapeva già Adam Smith, che ne La ricchezza delle nazioni metteva in guardia contro i monopoli con la stessa forza con cui difendeva il libero scambio.

Il libertario ideologico #

Per il libertario radicale, ogni forma di regolamentazione è coercizione, e ogni coercizione è male. Posizione filosoficamente coerente, se si accettano le premesse. Ma le premesse sono fragili: presuppongono che gli individui operino in un vuoto sociale, senza asimmetrie di potere, senza esternalità, senza la possibilità che la libertà di uno distrugga la libertà di molti.

Robert Nozick, in Anarchy, State, and Utopia (1974), ha costruito la versione più sofisticata di questa posizione. Ma persino Nozick ammetteva la necessità di uno "stato minimo" per proteggere i diritti fondamentali. E allora: quando la tecnologia può alterare il clima, manipolare il comportamento di miliardi di persone, o abolire ogni barriera tra intenzione e omicidio, lo "stato minimo" di Nozick è ancora sufficiente?

Il populista anti-élite #

Infine c'è chi usa la retorica del "progresso frenato" in chiave populista: le élite burocratiche di Bruxelles impongono regole che il "popolo" non ha chiesto. Posizione che sfrutta la legittima frustrazione democratica per attaccare le istituzioni, ma che raramente propone alternative credibili. Perché la domanda scomoda è: se non le istituzioni democratiche, chi dovrebbe decidere i limiti della tecnologia? Il mercato? I programmatori? Gli azionisti?


L'arma atomica che è già esplosa: i social network e il cervello dei nostri figli #

Fin qui abbiamo ragionato in modo astratto: esperimenti mentali, ipotesi filosofiche, scenari futuribili. Ma non ce n'è bisogno. L'arma che distrugge senza sparare un colpo esiste già. È nelle tasche dei nostri figli. Ha un'interfaccia colorata, delle notifiche allegre e un modello di business che monetizza l'attenzione umana trasformandola in dati vendibili agli inserzionisti.

Parliamo dei social network. E parliamo, con la brutalità che il tema merita, di ciò che stanno facendo al cervello, alla psiche e alla struttura sociale di un'intera generazione.

L'iceberg sommerso #

Jonathan Haidt, psicologo sociale e autore di The Anxious Generation (2024), ha documentato ciò che i dati epidemiologici mostrano con chiarezza: dopo oltre un decennio di stabilità o miglioramento, la salute mentale degli adolescenti è precipitata nei primi anni 2010. Tassi di depressione, ansia, autolesionismo e suicidio sono aumentati vertiginosamente, più che raddoppiando su molti indicatori. L'impennata coincide con la diffusione capillare degli smartphone. Non con la crisi finanziaria del 2008, non con il terrorismo, non con il cambiamento climatico. Con gli smartphone.

Ma quello che vediamo, i numeri che già ci spaventano, è solo la punta dell'iceberg. Guardiamo cosa sappiamo.

Il CDC americano riporta che nel 2023, oltre il 40% degli studenti delle scuole superiori ha dichiarato sentimenti persistenti di tristezza o disperazione. Tra le ragazze, il 57% mostrava sintomi depressivi. Quasi una ragazza su tre ha dichiarato di aver "seriamente considerato" il suicidio, un aumento del 60% nell'ultimo decennio. Nel Regno Unito, l'NHS Mental Health Survey 2025 rivela che il 25,8% dei giovani tra i 16 e i 24 anni è colpito da un disturbo mentale comune, contro il 18,9% del 2014. Tra le giovani donne si arriva al 36,1%.

Questi sono i dati emersi. Quelli che misuriamo perché qualcuno ha chiesto aiuto, è andato in ospedale, ha compilato un questionario. L'iceberg sommerso è fatto di adolescenti che soffrono in silenzio, che sviluppano disturbi subclinici, che perdono capacità cognitive senza che nessuno se ne accorga. Il 70-80% dei minori con disturbi mentali non riceve mai alcun trattamento.

Il cervello come campo di battaglia #

La questione più inquietante, però, non è psicologica: è neurologica. E qui siamo in un territorio che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia figli, nipoti, studenti.

Uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics dal team della professoressa Eva Telzer dell'Università della North Carolina ha seguito 169 studenti delle scuole medie per tre anni, monitorandone l'attività cerebrale con risonanza magnetica funzionale. I risultati: gli adolescenti che controllano abitualmente i social media mostrano traiettorie di sviluppo cerebrale significativamente diverse da quelli che non lo fanno. Le aree colpite includono l'amigdala (il centro della paura e della reattività emotiva) e la corteccia prefrontale dorsolaterale, responsabile del giudizio, del ragionamento e della valutazione delle ricompense.

Uno studio recentissimo, pubblicato nel marzo 2026 su NeuroImage, ha analizzato i dati dell'ABCD Study su oltre 7.000 adolescenti americani, trovando che un maggiore uso quotidiano di social media è associato a una riduzione dello spessore corticale in un'ampia gamma di regioni cerebrali. Non stiamo parlando di "sentirsi un po' tristi". Stiamo parlando di alterazioni strutturali del cervello in fase di sviluppo.

La generazione Z, i nati dopo il 1995, è stata la prima generazione ad avere gli smartphone durante la pubertà. Il loro cervello si è sviluppato mentre algoritmi progettati per massimizzare l'engagement competevano per la loro attenzione in ogni momento della giornata. Haidt identifica quattro danni fondamentali: deprivazione sociale (sostituzione delle relazioni reali con quelle digitali), deprivazione del sonno, frammentazione dell'attenzione e dipendenza.

E la ricerca lo conferma: il consumo ripetuto di video brevi attiva ripetutamente il circuito della ricompensa cerebrale, portando a disregolazione dopaminergica, riduzione dell'attenzione sostenuta, aumento dell'impulsività e alterazione dei ritmi del sonno. In pratica, il cervello di questi ragazzi viene riconfigurato per funzionare in un modo che compromette il controllo cognitivo.

La slot machine in tasca #

Qui bisogna essere espliciti su un punto che troppo spesso viene minimizzato: i social network non sono diventati dannosi per caso. Sono stati progettati per esserlo.

I meccanismi psicologici che rendono i social media compulsivi sono gli stessi, identici (non "simili": identici), che rendono le slot machine dipendenti. Si chiamano "schemi di rinforzo a rapporto variabile": ricompense imprevedibili, intermittenti, di entità variabile. È il principio che B.F. Skinner documentò negli anni '50 studiando i piccioni: tra tutti gli schemi di rinforzo possibili, quello a rapporto variabile è il più potente nel mantenere un comportamento, e il più resistente all'estinzione.

Ogni volta che scorri il feed di TikTok o Instagram, stai tirando la leva di una slot machine. Non sai quale scroll ti porterà qualcosa di interessante. Potrebbe essere il prossimo. O quello dopo. O fra dieci. Questa incertezza genera più attività dopaminergica di una ricompensa prevedibile. L'attesa, il non sapere, è essa stessa la droga.

Solo che i casinò sono regolamentati. Devono dichiarare le probabilità di vincita. Non possono far entrare i minorenni. Non possono operare senza licenza. Le piattaforme social non hanno nessuno di questi vincoli. Natasha Schüll, autrice di Addiction by Design, lo ha detto con chiarezza: i social network usano gli stessi metodi dell'industria del gioco d'azzardo per mantenere gli utenti online, perché nell'economia dell'attenzione il fatturato è funzione del tempo trascorso sulla piattaforma.

Il pull-to-refresh che riproduce il gesto della leva della slot machine. Le notifiche rosse che sfruttano l'effetto Zeigarnik, la tensione psicologica delle cose incomplete. Gli streak di Snapchat che trasformano l'amicizia in una metrica gamificata. L'algoritmo di TikTok che impara in poche ore esattamente quali contenuti ti terranno incollato allo schermo.

Chamath Palihapitiya, ex vicepresidente della crescita di Facebook, lo ha ammesso pubblicamente: i cicli di feedback a breve termine basati sulla dopamina che abbiamo creato stanno distruggendo il funzionamento della società. Sean Parker, primo presidente di Facebook, ha dichiarato che l'obiettivo era "consumare la maggior quantità possibile del vostro tempo e della vostra attenzione consapevole" e che la piattaforma sfrutta "una vulnerabilità della psicologia umana". Non sono accuse esterne: sono ammissioni di chi quei sistemi li ha costruiti.

Le ricerche interne lo confermavano: i documenti resi pubblici dalla whistleblower Frances Haugen hanno mostrato che Instagram sapeva di peggiorare i problemi di immagine corporea per una ragazza su tre. Lo sapevano. E hanno scelto i profitti.

La differenza con le armi tradizionali #

Ed è qui che l'analogia con l'arma atomica del nostro esperimento mentale smette di essere un'iperbole.

Un'arma convenzionale uccide il corpo. Il danno è visibile, immediato, documentabile. Il mondo se ne accorge. Ci sono foto, numeri, commemorazioni. Il danno attiva la risposta sociale: si dichiarano guerre, si firmano trattati, si costruiscono memoriali.

I social network operano su un registro completamente diverso. Il danno è invisibile, graduale, cumulativo e, soprattutto, normalizzato. Nessuno vede un neurone che si riconfigura. Nessuno sente il rumore di una corteccia prefrontale che si assottiglia. Nessuno percepisce la deprivazione del sonno come un'emergenza quando riguarda cento milioni di adolescenti contemporaneamente. Il danno si nasconde dietro la quotidianità: "è solo il telefono", "tutti i ragazzi sono così", "noi da giovani stavamo davanti alla TV".

Ma la TV non era progettata per creare dipendenza attraverso schemi di rinforzo a rapporto variabile. La TV non ti seguiva in camera da letto alle tre di notte. La TV non aveva un algoritmo che imparava quali insicurezze sfruttare per tenerti incollato allo schermo. La TV non ti dava una metrica numerica del tuo valore sociale aggiornata in tempo reale.

E poi c'è la questione della scala. Una bomba distrugge una città. I social network stanno alterando lo sviluppo cerebrale di un'intera generazione su scala planetaria. Non di un gruppo specifico, non di una popolazione geograficamente circoscritta: di chiunque, ovunque nel mondo, abbia tra i 3 e i 20 anni e un dispositivo connesso. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha condotto un'indagine su quasi 280.000 giovani adolescenti in 44 paesi: l'11% mostrava segni di utilizzo problematico dei social media. Su scala globale, sono numeri che fanno impallidire qualsiasi altra emergenza sanitaria.

E una bomba esplode una volta. I social network operano continuamente, 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, 365 giorni all'anno. Non c'è cessate il fuoco. Non c'è trattato di pace. L'esposizione è cronica, ininterrotta, e inizia sempre prima: bambini di 3-4 anni con tablet programmati per intrattenerli, di 8-9 anni con il primo smartphone, di 11-12 anni già immersi nei social. Il 64% dei bambini americani di 11-12 anni usa già i social media.

La distruzione delle famiglie #

I numeri non catturano un aspetto che riguarda il tessuto connettivo della società: la famiglia.

Chi ha figli in età scolare sa di cosa parlo. Lo smartphone è diventato il principale campo di battaglia domestico. Non è una questione di "regole" o di "limiti al tempo-schermo": è una questione strutturale. Il dispositivo è progettato per essere più attraente, più stimolante, più gratificante di qualsiasi interazione familiare. Un genitore che legge una favola al figlio compete con un algoritmo che ha analizzato miliardi di interazioni per sapere esattamente cosa cattura l'attenzione di quel bambino.

È una guerra asimmetrica, e la famiglia la sta perdendo. I genitori si sentono impotenti, inadeguati, costantemente in ritardo rispetto a una tecnologia che evolve più velocemente della loro capacità di comprenderla. I figli si sentono controllati, incompresi, isolati dai coetanei se non hanno accesso alle piattaforme. Il risultato è un'erosione quotidiana della fiducia, del dialogo, della connessione. Proprio le cose che rendono una famiglia una famiglia.

Torniamo ad Anders e al suo dislivello prometeico: i genitori di oggi sono la prima generazione nella storia a dover proteggere i propri figli da una minaccia che non possono né vedere né comprendere pienamente. Non è come proteggere un bambino dal traffico o dall'alcol: quelle sono minacce visibili, con dinamiche conosciute. Qui la minaccia è un'architettura invisibile di persuasione algoritmica che opera direttamente sui circuiti neurologici della ricompensa. È come chiedere a un genitore del 1945 di proteggere suo figlio dalle radiazioni senza sapere cosa siano le radiazioni.

Il mondo che sta già reagendo #

Il mondo, lentamente e troppo lentamente ma innegabilmente, sta iniziando a reagire.

Il Surgeon General degli Stati Uniti, Vivek Murthy, ha paragonato la dipendenza dai social media a quella dalle sigarette e ha chiesto che le piattaforme includano un'avvertenza sanitaria. Nel 2023 ha avvertito che i bambini che passano più di tre ore al giorno sui social media raddoppiano il rischio di problemi di salute mentale.

L'Australia, nel dicembre 2025, è diventata il primo paese al mondo a vietare l'accesso ai social media per i minori di 16 anni. La legge impone alle piattaforme di adottare "misure ragionevoli" per impedire ai minori di creare o mantenere account, con sanzioni fino a 49,5 milioni di dollari australiani per le aziende inadempienti. Ad oggi, oltre 4,7 milioni di account sono stati disattivati, rimossi o limitati.

Francia, Norvegia, Danimarca, Malaysia, Spagna, Indonesia e l'Italia stessa stanno considerando o implementando misure simili. È un movimento globale che, significativamente, sta trovando resistenza proprio dove ci si aspetterebbe: dalle piattaforme stesse (Reddit ha presentato ricorso alla High Court australiana) e dai gruppi libertari che denunciano la violazione della libertà di espressione dei minori.

È la stessa dinamica che abbiamo visto con il tabacco, con l'amianto, con il piombo nella benzina: l'industria che causa il danno combatte la regolamentazione invocando la libertà individuale e il progresso, mentre il danno si accumula silenziosamente nei corpi e nei cervelli delle vittime.

La domanda che dobbiamo porci #

Se il progresso è l'espansione della capacità umana collettiva di vivere in modo libero, dignitoso e sostenibile, allora i social network nella loro forma attuale sono progresso?

No. Non perché la tecnologia della connessione digitale sia intrinsecamente cattiva, ma perché il modo in cui è stata implementata (algoritmi di engagement che sfruttano le vulnerabilità neurologiche, modelli di business basati sulla dipendenza, assenza totale di responsabilità per i danni causati) rappresenta l'antitesi del progresso. È l'utilizzo della conoscenza neuroscientifica più avanzata per ridurre la capacità umana invece di espanderla.

Se potessimo vedere il danno, se ogni assottigliamento della corteccia prefrontale producesse un rumore, se ogni episodio di autolesionismo adolescenziale fosse un'esplosione visibile, avremmo reagito con la stessa urgenza con cui reagiamo a una bomba. Ma il danno è silenzioso. E il silenzio è il miglior alleato di chi quel danno lo causa e lo monetizza.

L'esperimento mentale del pensiero che uccide, a ben vedere, non è poi così ipotetico. Abbiamo già dato a delle aziende il potere di alterare lo sviluppo cerebrale di miliardi di giovani esseri umani. Il fatto che lo facciano per vendere pubblicità anziché per cattiveria non rende il danno meno reale. Lo rende solo più difficile da nominare.


L'Europa e la scelta umanistica #

Ed è qui che dobbiamo parlare dell'Europa. Non dell'Europa delle lamentele, quella dei moduli in triplice copia e dei regolamenti sulle dimensioni delle zucchine. Ma dell'Europa come progetto filosofico.

Il quadro regolatorio europeo come scelta di civiltà #

L'Unione Europea, negli ultimi anni, ha prodotto un corpus normativo sulla tecnologia che non ha equivalenti al mondo: il GDPR per la protezione dei dati personali, il Digital Services Act e il Digital Markets Act per regolare le piattaforme, l'AI Act per l'intelligenza artificiale, il Cyber Resilience Act per la sicurezza dei prodotti digitali, la Product Liability Directive aggiornata per includere il software e l'AI.

Vista dalla Silicon Valley, questa è "burocrazia che frena l'innovazione". Vista dalla prospettiva della filosofia morale, è qualcosa di profondamente diverso: il tentativo più ambizioso nella storia di applicare i principi dell'umanesimo europeo alla rivoluzione tecnologica.

Prendiamo l'AI Act. La sua struttura, basata sul rischio, con divieti assoluti per le applicazioni più pericolose (scoring sociale, manipolazione subliminale, sorveglianza biometrica di massa) e requisiti crescenti per quelle a rischio elevato, è una traduzione legislativa del principio di Jonas. Non dice "non innovate": dice "innovate, ma non a spese della dignità umana". Non è un freno: è un timone.

La Product Liability Directive estesa al software è un altro esempio. Per la prima volta chi produce software sarà responsabile dei danni causati dai propri prodotti, esattamente come chi produce automobili, farmaci, elettrodomestici. Per chi ha interiorizzato l'idea che il software sia un'entità eterea, immateriale, esente dalle regole del mondo fisico, questo è uno scandalo. Per chi crede che il potere debba essere accompagnato dalla responsabilità, è una conquista di civiltà.

Il Digital Services Act e il Digital Markets Act, poi, sono la risposta diretta alla catastrofe neurologica che abbiamo descritto. Il DSA impone alle piattaforme obblighi di trasparenza sugli algoritmi di raccomandazione, vieta la profilazione dei minori a fini pubblicitari e introduce la possibilità per gli utenti di disattivare i sistemi di raccomandazione personalizzata. Il DMA cerca di spezzare il potere monopolistico delle grandi piattaforme, quei "gatekeeper" che controllano l'accesso digitale di miliardi di persone. Sono strumenti imperfetti? Certamente. Ma sono gli unici strumenti che una democrazia ha a disposizione per rispondere a un potere che, lasciato senza vincoli, sta letteralmente riconfigurando il cervello dei suoi cittadini più giovani.

L'accessibilità come paradigma del progresso autentico #

L'European Accessibility Act merita una menzione speciale, perché incarna perfettamente la differenza tra progresso tecnico e progresso umano.

L'EAA obbliga i prodotti e i servizi digitali a essere accessibili alle persone con disabilità. Per un'azienda tech focalizzata esclusivamente sulla velocità e sull'efficienza, questo è un costo, un vincolo, un "freno al progresso". Ma fermiamoci un momento: un'innovazione che esclude una parte dell'umanità è davvero progresso?

Se definiamo il progresso come l'espansione delle possibilità umane (non le possibilità di alcuni umani, ma dell'umanità nel suo insieme) allora l'accessibilità non è un vincolo al progresso. È il progresso. Un prodotto digitale che il 15% della popolazione mondiale non può usare non è innovativo: è incompleto.

Martha Nussbaum, nel suo capabilities approach (sviluppato insieme ad Amartya Sen), ha formulato una teoria del progresso che va esattamente in questa direzione: il progresso si misura non dal PIL, non dal numero di brevetti, non dalla velocità dei processori, ma dalla capacità effettiva degli individui di vivere una vita degna di essere vissuta. Se una tecnologia aumenta questa capacità per tutti, è progresso. Se la aumenta per alcuni a spese di altri, è potere. Non progresso.


La confusione tra velocità e direzione #

C'è un errore categoriale che permea tutto il discorso contemporaneo sull'innovazione: la confusione tra velocità e direzione.

"Move fast and break things", il motto originale di Facebook, è l'epitome di questa confusione. Muoversi velocemente è un valore solo se la direzione è giusta. Altrimenti è solo correre verso un precipizio con maggiore efficienza.

Quando Sam Altman dice che "la regolamentazione rischia di rallentare lo sviluppo dell'AI", la domanda che nessuno gli fa è: rallentare verso dove? Se la direzione è la concentrazione del potere nelle mani di poche aziende, il rafforzamento dei bias algoritmici, la sorveglianza capillare mascherata da personalizzazione, allora rallentare non è un danno. È saggezza.

Epicuro, il più materialista e il meno mistico dei filosofi antichi, insegnava che il fine della vita è la atarassia: la tranquillità dell'animo, l'assenza di turbamento. Non l'accumulo di potere, non la conquista della natura, non la velocità. La tranquillità. Lezione che la civiltà tech sembra aver dimenticato completamente: non tutto ciò che è possibile è desiderabile. Non tutto ciò che è veloce è buono. Non tutto ciò che è nuovo è migliore.

Simone de Beauvoir, ne L'etica dell'ambiguità (1947), offre un altro strumento importante: la libertà non è mai assoluta, ma sempre situata. Siamo liberi solo nel contesto di relazioni con altri esseri liberi. La mia libertà ha senso solo se riconosco e preservo la libertà degli altri. Trasferito al contesto tecnologico: la mia libertà di innovare ha senso solo se non distrugge la libertà, la sicurezza, la dignità, l'autonomia di chi sarà toccato dalla mia innovazione.


Il progresso come costruzione collettiva #

È tempo di proporre una definizione alternativa. Se il progresso non è semplicemente innovazione tecnica, se non è velocità, se non è accumulo di capacità, cos'è?

Propongo questa: il progresso è l'espansione della capacità umana collettiva di vivere in modo libero, dignitoso e sostenibile.

Ogni parola conta. Espansione, perché il progresso è un ampliamento, non una sostituzione; non demolisce ciò che funziona per inseguire il nuovo. Capacità umana, non la capacità delle macchine o dei mercati ma la capacità delle persone reali di agire nel mondo. Collettiva, perché se non è per tutti non è progresso: è privilegio. Libero, nel senso milliano di libertà di pensare, dire, vivere come si vuole, nei limiti del danno agli altri. Dignitoso, nel senso kantiano della dignità di ogni persona come fine in sé, mai solo come mezzo. Sostenibile, che non sacrifica il futuro per il presente, che non ruba ai nipoti per regalare ai figli.

Con questa definizione, molte cose cambiano. La penicillina è progresso. Il suffragio universale è progresso. L'acqua potabile per tutti è progresso. L'accessibilità digitale è progresso. Il GDPR è progresso.

La bomba atomica non è progresso. La sorveglianza di massa non è progresso. Un algoritmo che massimizza l'engagement attraverso la dipendenza non è progresso. Una piattaforma che assottiglia la corteccia prefrontale di milioni di adolescenti per vendere pubblicità non è progresso. E il pensiero che uccide, la nostra ipotesi iniziale, non è progresso. È la fine del progresso. È la fine di tutto.


L'umanesimo come bussola, non come catena #

Torniamo, per chiudere, alla domanda iniziale. Quando qualcuno dice che lo Stato o l'Europa o le Nazioni Unite "incatenano il progresso", cosa sta realmente dicendo?

Sta dicendo, quasi sempre, che il suo modo di innovare, il suo modello di business, la sua visione del futuro viene sottoposta a vincoli che non gradisce. Sta confondendo la propria libertà d'azione con la libertà dell'umanità. Sta scambiando l'assenza di limiti per l'assenza di oppressione.

Ma l'assenza di limiti non è libertà: è la legge del più forte. È lo stato di natura hobbesiano, il bellum omnium contra omnes, la guerra di tutti contro tutti, in cui la vita è "solitaria, povera, sordida, brutale e breve". Le istituzioni, le leggi, i vincoli reciproci non sono catene: sono le fondamenta della convivenza. Sono ciò che rende possibile non solo la sopravvivenza, ma la fioritura umana.

L'umanesimo, quello vero, quello che nasce con Pico della Mirandola e arriva fino a Nussbaum passando per Montaigne, Hume, Voltaire, Mill, Arendt e de Beauvoir, non è mai stato contro la conoscenza o la tecnica. È stato contro l'uso della conoscenza e della tecnica contro l'umano. L'umanesimo è la bussola che ci permette di distinguere il progresso autentico dalla mera accumulazione di potere.

Chi costruisce tecnologia oggi ha una responsabilità immensa, probabilmente la più grande che qualsiasi generazione abbia mai avuto. Non perché la tecnologia sia male, ma perché la tecnologia è potente. E il potere senza responsabilità, senza limiti, senza la capacità di autocorreggersi, non è progresso.

È solo pericolo che si muove veloce.


Post scriptum: una nota personale #

Lavoro nella tecnologia da vent'anni. Costruisco software. Gestisco infrastrutture. Configuro pipeline CI/CD, scrivo specifiche, pianifico sprint. La tecnologia è il mio mestiere e, per molti aspetti, la mia passione.

Proprio perché la conosco intimamente, le sue meraviglie e le sue miserie, la sua potenza e la sua fragilità, rifiuto con ogni fibra l'idea che regolamentarla sia un atto ostile. Quando implemento il GDPR in un progetto, non sto "frenando l'innovazione": sto proteggendo le persone per cui quel progetto esiste. Quando l'AI Act mi chiede di documentare i rischi di un sistema ad alto rischio, non sto "perdendo tempo": sto facendo il mio lavoro con la serietà che merita. Quando l'EAA mi obbliga a rendere accessibile un'interfaccia, non sto "aggiungendo costi": sto includendo esseri umani che altrimenti resterebbero esclusi.

Ma c'è un'altra ragione, più personale e più urgente, per cui questo tema mi brucia. Sono anche padre. E come padre, vivo ogni giorno la consapevolezza che il mondo digitale in cui mio figlio crescerà è stato progettato da persone che fanno il mio stesso mestiere, persone che sanno esattamente cosa stanno facendo ai circuiti della ricompensa di un cervello in sviluppo. Conosco i design pattern, conosco le metriche, conosco il linguaggio con cui si discutono le strategie di "retention" e "engagement". So che dietro parole neutre si nascondono meccanismi di dipendenza deliberatamente ingegnerizzati. E so che la mia competenza tecnica non è sufficiente a proteggere un bambino da un'industria che ha investito miliardi di dollari per imparare a catturare la sua attenzione.

Per questo credo che la regolamentazione non sia solo legittima: sia un atto di civiltà. Chi costruisce tecnologia ha l'obbligo morale di costruirla per gli esseri umani, non contro di loro. E quando non lo fa, è giusto e necessario che la società, attraverso le sue istituzioni imperfette, lente, esasperanti, intervenga.

Il progresso autentico non è mai stato veloce. È stato faticoso, conflittuale, pieno di ripensamenti e correzioni di rotta. È stato, per usare la metafora di Popper, un processo di congetture e confutazioni, non una marcia trionfale. E le istituzioni che lo governano, imperfette, lente, a volte esasperanti, sono il prezzo che paghiamo per non affidare il destino dell'umanità a chi corre più veloce.

Non è un prezzo alto. È un affare.


"Il grado di civiltà di una società si misura dalla quantità di potere a cui è disposta a rinunciare." — liberamente ispirato a Norbert Elias, Il processo di civilizzazione (1939)