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Il parcheggio del supermercato alle 18:30

Alle 18:30 il parcheggio del supermercato diventa una piccola guerra civile. tra suv, carrelli vaganti e design fuori contesto, cosa dice di noi?

Ore 18:27. Esco dall'ufficio con quell'ottimismo ingenuo che mi prende sempre quando penso alla spesa feriale. Mi servono quattro cose, letteralmente quattro: latte, pane, pomodori, detersivo. Dieci minuti, dentro e fuori. Questo è il piano.

Il piano non sopravvive mai al parcheggio.

Ore 18:34. Arrivo. E il parcheggio del supermercato è pieno. Non pieno come "ci sono pochi posti". Pieno come un posto dove le regole smettono di contare e la geometria diventa un'opinione. Auto in doppia fila, auto sui marciapiedi, auto nelle strisce gialle, auto parcheggiate in diagonale in posti pensati per la sosta parallela.

C'è un SUV bianco. È sempre un SUV bianco. Occupa un posto e mezzo con una naturalezza quasi poetica, come se fosse nato così e fossimo noi quelli fuori scala. Poco più in là una Panda è incastrata talmente vicino a un pilastro che mi chiedo, sul serio, se il conducente abbia già previsto l'uscita dal bagagliaio. Magari è una feature.

Ore 18:37. Faccio il primo giro. Niente. Secondo giro. Niente. Terzo giro.

Una signora sta caricando la spesa. Mi fermo, metto la freccia. Aspetto. Lei carica una busta. Poi un'altra. Poi sistema le buste. Poi prende il telefono. Poi parla al telefono. Poi cerca le chiavi. Io aspetto.

Dietro di me si forma una coda. Qualcuno suona. La signora mi guarda come se la stessi aggredendo. E io mi rendo conto che in quel momento sto facendo esattamente la cosa che odio quando la fanno gli altri: sto trasformando un gesto banale in un piccolo braccio di ferro.

Ore 18:43. Parcheggio. Ho impiegato nove minuti per fermare l'auto. La spesa ne richiederà sette. Il rapporto è sbagliato. Il rapporto è sempre sbagliato.


La guerra civile a bassa intensità #

Il parcheggio del supermercato alle 18:30 è quel punto strano in cui la società civile si dissolve senza fare rumore. Non succede niente di eclatante, non c'è un evento singolo. È più un cambio di atmosfera. Come se entrassi in una stanza e qualcuno avesse abbassato il livello di fiducia reciproca.

Persone che nella vita normale sono educate, ragionevoli, funzionali, gente che dice grazie, che tiene la porta, che fa la raccolta differenziata, entrano nel parcheggio e diventano predatori. Svanisce ogni contratto sociale. Vale la legge del più grosso, del più veloce, del più sfacciato.

Le regole ci sono. Le frecce, le strisce, i cartelli. Ma a quell'ora diventano suggerimenti. Decorazioni. Un'arte astratta sull'asfalto.

E poi c'è lui, il carrello.

Il carrello della spesa è l'emblema perfetto perché è un oggetto semplice, con un posto preciso dove dovrebbe finire: la rastrelliera. È a dieci metri. Dieci. Eppure una percentuale imbarazzante di carrelli finisce abbandonata in mezzo al parcheggio, a occupare un posto auto, o a rotolare piano verso la tua portiera con l'inesorabilità di un destino greco.

Mi chiedo sempre chi sia la persona che lascia il carrello lì. E poi penso che forse lo so. Probabilmente è la stessa persona che in ufficio scrive email sulla responsabilità sociale d'impresa. O magari sono io, in una giornata storta, quando mi dico "tanto lo prende qualcuno".

Ho una teoria, un po' cattiva ma difficile da scacciare: il modo in cui una persona tratta il carrello del supermercato è uno dei test morali più affidabili che esistano. Non c'è punizione per chi lo abbandona, non c'è ricompensa per chi lo riporta. È puro libero arbitrio. E il parcheggio, ogni sera alle 18:30, ti mostra quanto vale il libero arbitrio della tua comunità.


Il SUV e la bugia #

Parliamo del SUV.

Non di tutti i SUV. Del SUV urbano. Quello comprato per andare al supermercato, portare i figli a scuola e fare il tragitto casa-ufficio su strade asfaltate. Il SUV che non vedrà mai una strada sterrata, non supererà mai un guado, non affronterà mai niente di più impervio del dosso artificiale davanti alla scuola elementare.

Il SUV urbano è un oggetto progettato per un contesto che non esiste nella vita di chi lo usa. È l'equivalente automobilistico di comprare uno zaino da alpinismo per andare in ufficio. Eppure lo compriamo lo stesso, perché il SUV vende una storia: sicurezza, dominio, controllo.

Sei in alto, vedi tutto, sei protetto. Che poi "protetto da cosa" nessuno lo dice davvero. Forse dal traffico che il SUV stesso contribuisce a creare, presumibilmente.

Nel parcheggio, però, il SUV rivela la sua natura. È troppo largo per i posti auto progettati negli anni Novanta, quando le macchine erano più piccole e la gente, non so, meno ambiziosa. Non entra. Sporge. Invade il posto accanto.

E ci sono dettagli che mi mettono sempre un po' a disagio. Tipo il fatto che il conducente spesso non riesce a vedere un bambino che passa dietro, perché il cofano è all'altezza di un adulto. Allora arriva la telecamera posteriore a compensare. Un problema tecnologico per risolvere un problema che la tecnologia ha creato. Un cerchio perfetto di assurdità.

Ma il SUV, a pensarci bene, non è solo un errore del consumatore. È un errore di design. Qualcuno ha progettato un veicolo urbano che non funziona nello spazio urbano. Qualcuno lo ha venduto a persone che vivono in città con strade strette, parcheggi piccoli, marciapiedi dove i pedoni dovrebbero, in teoria, avere la precedenza.

Il prodotto non è sbagliato per chi lo ha progettato. È sbagliato per il contesto in cui esiste.

E questa cosa, se fai software, ti suona familiare.


Design per il contesto sbagliato #

Io progetto software. E riconosco nel parcheggio lo stesso errore che vedo in tanti progetti falliti: progettare per l'utente ideale invece che per l'utente reale.

Il parcheggio del supermercato è stato progettato da qualcuno che pensava, immagino: le persone arriveranno in modo ordinato, parcheggeranno tra le strisce, spegneranno il motore, faranno la spesa, torneranno, ripartiranno. Un flusso lineare, razionale, pulito. Come un diagramma.

Le persone non sono un diagramma.

Le persone arrivano tutte alle 18:30 perché escono tutte dal lavoro alla stessa ora. Arrivano nervose perché il traffico è stato infernale. Arrivano con la macchina troppo grande perché il mercato gli ha detto che grande è meglio. Arrivano col telefono in mano perché stanno chiamando casa per chiedere se serve anche il parmigiano. Arrivano con i figli che urlano dal sedile posteriore.

Arrivano, insomma, da esseri umani.

E il parcheggio non è progettato per esseri umani. È progettato per automobili. Che è una cosa diversa.

È lo stesso errore che facciamo nel software: progettiamo per il caso d'uso felice. L'utente che legge le istruzioni, che segue il flusso, che compila ogni campo, che clicca dove deve cliccare. Poi arriva l'utente reale, stanco, distratto, con tre tab aperte e il capo che gli scrive su WhatsApp, e il sistema crolla.

Non perché l'utente è stupido. Ma perché il design non ha previsto che l'utente fosse umano.

Il parcheggio del supermercato è un'interfaccia utente. Una pessima interfaccia utente. E ogni sera alle 18:30 va in crash.


La città che abbiamo scelto #

A un certo punto mi accorgo che sto dando la colpa al parcheggio, al SUV, alla signora al telefono, ai carrelli vaganti. Ma il parcheggio, in fondo, è solo un sintomo.

La malattia è la città.

Abbiamo costruito le città intorno alle automobili. Non intorno alle persone, non intorno ai bambini, non intorno agli anziani, non intorno a chi cammina o va in bicicletta. Intorno alle automobili.

Ogni decisione urbanistica degli ultimi decenni sembra una risposta alla stessa domanda: dove mettiamo le macchine? Le strade allargate per le macchine. I centri storici svuotati per fare parcheggi. I quartieri residenziali costruiti lontano da tutto, così che per comprare il pane ti serve, indovina, la macchina.

A Pescara lo vedi bene. Una città piatta, perfetta per le biciclette, dove quasi nessuno va in bicicletta. Una città sul mare dove il lungomare è un parcheggio per otto mesi all'anno. Una città dove il corso principale è stato pedonalizzato e la gente ha protestato perché "non si può più parcheggiare davanti al negozio", come se il diritto di parcheggiare sotto la vetrina fosse nella Costituzione.

Abbiamo progettato la città per l'utente sbagliato. E adesso siamo sorpresi che l'utente giusto, quello che ci vive, non ci stia comodo.

Forse la cosa più triste è che ci siamo abituati. Cioè, non è che ci piaccia. Ma lo consideriamo normale. Come se fosse inevitabile che comprare quattro cose richieda una piccola prova di resistenza.


Ore 18:51 #

Esco dal supermercato con la mia busta. Latte, pane, pomodori, detersivo. Sette minuti netti, come previsto.

Torno alla macchina. Un carrello è appoggiato alla mia portiera. Lo sposto. Un SUV ha parcheggiato talmente vicino che devo entrare dal lato passeggero e scavalcare il cambio. Lo faccio. Con il latte in mano. Con dignità residua.

Esco dal parcheggio. Ci metto quattro minuti perché qualcuno ha bloccato l'uscita in attesa di un posto. Questa cosa mi manda fuori di testa ogni volta, e ogni volta mi dico che è solo un dettaglio. Ma poi penso che i sistemi mal progettati sono fatti di dettagli, di piccoli colli di bottiglia, di micro egoismi che diventano macro problemi.

Arrivo a casa.

Tempo totale per quattro prodotti: trentasette minuti. Di cui sette di spesa e trenta di infrastruttura.

Trenta minuti buttati in un sistema progettato male. Ogni giorno, milioni di persone, la stessa esperienza. Moltiplica il tempo perso per il numero di persone per il numero di giorni e ottieni una cifra che nessuno vuole calcolare perché sarebbe troppo deprimente.

E intanto il supermercato ha l'app per la spesa online. Funziona benissimo, dicono. Basta scaricarla, creare un account, accettare i termini di servizio...

Ah no. Quella è la lavatrice.

Stessa logica, però. Sempre la stessa logica. Progetti fatti per un mondo ordinato, e poi buttati dentro la vita vera, che ordinata non lo è mai. E forse è proprio questo il punto che mi porto a casa, insieme al pane e al detersivo: non è che siamo diventati cattivi. È che ci muoviamo dentro spazi che tirano fuori il peggio, perché sono stati pensati per una versione di noi che non esiste.

E domani, alle 18:30, probabilmente ci ricasco. Con lo stesso piano. E lo stesso parcheggio.