Tre tipi di persone, e poi ci sono io #
Ci sono tre tipi di persone al mondo: quelli che leggono le istruzioni IKEA dall’inizio alla fine prima di toccare qualsiasi cosa, quelli che le buttano direttamente nel sacchetto con le viti avanzate, e quelli che le leggono a metà e poi decidono di andare a istinto.
Inutile dire che la terza categoria include me, mia madre, il mio vicino di pianerottolo, e probabilmente il 90% della penisola italiana.
E forse c’è anche una quarta categoria, a dire il vero. Quelli che non comprano IKEA per principio e poi ti chiamano alle dieci di sera perché hanno comprato un KALLAX e “non si capisce niente”. Ma di loro parliamo dopo, perché prima bisogna rendere omaggio alla vera divinità di tutta questa storia.
Il foglio A3, ovvero Björn #
Partiamo dall’oggetto in sé, perché merita rispetto.
Le istruzioni IKEA sono un capolavoro di design minimalista. Nessuna parola. Solo disegni. Un omino stilizzato, chiamiamolo Björn, perché sembra proprio un Björn, che con aria serena e braccia proporzionate in modo strano ti mostra come fare cose che nella realtà richiedono tre mani, una morsa idraulica e un secondo in cui i figli sono fuori casa.
Björn non suda mai. Björn non dice mai “aspetta, questo pannello è al contrario”. Björn non ha mai passato quaranta minuti a capire che il pezzo C non era il pezzo C ma il pezzo C speculare, che è una cosa diversa e che IKEA lo sa benissimo, ma ha deciso di non dirtelo esplicitamente perché la vita è breve e il carattere va temprato.
Björn è sereno perché Björn non esiste.
Ma se esistesse, Björn sarebbe quel tipo di persona che al ristorante ordina subito, non chiede modifiche al piatto, non controlla il conto. Björn parcheggia al primo colpo. Björn non ha mai dovuto fare una inversione a U su una strada statale perché ha mancato l’uscita. Björn non ha un cassetto delle cose che “poi sistemo”.
Björn è un sociopatico funzionale, e io lo invidio profondamente.
Il viaggio verso IKEA, cioè il pellegrinaggio #
Prima di arrivare al montaggio, però, bisogna parlare dell’esperienza IKEA nel suo complesso, perché è un percorso spirituale in sé.
Tutto inizia con una promessa: “Andiamo solo a prendere quelle mensole.” Questa frase è l’equivalente logistico di “restiamo solo cinque minuti” a una festa. Non è mai successo, non succederà mai, eppure la ripetiamo ogni volta con la stessa convinzione di chi giura che stavolta smetterà di premere “continua a guardare” su Netflix.
Il parcheggio IKEA è un ecosistema a sé. C’è chi gira per venti minuti cercando il posto vicino all’ingresso, e chi parcheggia a trecento metri e cammina con la determinazione di chi ha già fatto i conti con la propria mortalità.
Io appartengo a una terza specie: quello che trova un posto buono, ci entra, poi si rende conto che la macchina accanto ha aperto la portiera talmente tanto da aver creato una no-fly zone, esce, riparte, e finisce nel parcheggio del Decathlon a fianco.
Poi entri. E qui il genio svedese si manifesta in tutta la sua potenza.
Il percorso obbligato. Quel labirinto a senso unico che ti porta attraverso camerette per bambini che non hai, uffici che non ti servono, e cucine in cui il bancone è pulito come se nessuno ci avesse mai cucinato. Che è probabilmente vero, perché è una cucina IKEA in un negozio, ma il punto è che la mia cucina non è mai così.
Lungo il percorso, raccogli cose. Cose che non ti servivano, non le cercavi, e cinque minuti prima non sapevi neanche che esistessero. Un organizer per cassetti. Un set di barattoli. Un cuscino a forma di nuvola che costa tre euro e novanta e che per qualche ragione ti sembra indispensabile.
IKEA ha capito una cosa fondamentale della psicologia umana: noi non sappiamo cosa vogliamo finché qualcuno non ce lo mette davanti a un prezzo che sembra troppo basso per dire di no.
Arrivi alle mensole, il motivo per cui eri venuto, dopo quarantacinque minuti, due sacchetti gialli pieni, e una discussione su se servono o no le tende nuove. Servono, ma non lo ammetterai per almeno altri due viaggi.
Il magazzino, dove la dignità vacilla #
Ma il vero test psicologico non è il percorso. È il magazzino.
Quel capannone di scaffalature alte come cattedrali, dove devi trovare la tua mensola tra mille scatole piatte tutte marroni, tutte uguali, tutte con un codice alfanumerico che hai scritto su quel fogliettino con la matitina IKEA. Sì, quella che è troppo corta per scrivere comodamente e troppo grossa per stare in tasca, e che alla fine ritrovi sei mesi dopo nel portaoggetti della macchina.
Corsia 24, scaffale 8. Arrivi. Lo scaffale 8 è in alto. La scatola pesa ventitré chili. Non c’è nessuno intorno.
Le opzioni sono: chiedere aiuto (impensabile, sei italiano), arrampicarti (possibile ma sconsigliato dalla postura), o afferrare la scatola con un movimento atletico che non fai dai tempi del liceo e che il tuo fisioterapista definirebbe “una scelta”.
Scegli la terza opzione. La scatola scivola. La fermi con un ginocchio. Ti guardi intorno per assicurarti che nessuno abbia visto. Nessuno ha visto. Procedi con la dignità intatta e una contusione futura al ginocchio sinistro.
L’apertura della scatola, cioè il rito #
C’è un rituale preciso nell’apertura della scatola IKEA e non va sottovalutato.
Prima cosa: lo spazio. Hai bisogno di spazio. Il manuale dice “montare in un’area ampia e sgombra”, che nella realtà di un appartamento italiano significa spostare il tavolo, il tappeto, e quella pila di cose che “poi metto a posto” e che staziona accanto al divano dalla scorsa primavera.
Apri la scatola. Il cartone si strappa in modo imprevedibile, mai lungo la linea che volevi tu. All’interno, un mare di polistirolo, sacchettini di minuteria, pannelli avvolti in una pellicola protettiva che si appiccica a tutto tranne che a se stessa, e quel foglio.
Il foglio A3.
Lo apri con una certa riverenza.
Primo gesto: guardi il disegno finale. Il mobile completo, con sopra un vaso con un fiore e a fianco una pila di libri disposti con una casualità troppo studiata per essere vera. Pensi: “sì, lo voglio così.” Poi guardi il passo 1, un pannello piatto, due spinotti, una freccia, e il divario tra il sogno e la realtà ti colpisce con la stessa brutalità di quando leggi il tuo estratto conto dopo Natale.
Secondo gesto: conti i passi. 24 passi. “Non sono tanti,” ti dici. Questo è l’equivalente emotivo di guardare una serie da sei stagioni e pensare “la finisco questo weekend”.
Terzo gesto: controlli le viti. I sacchettini. Li disponi ordinatamente. Li conti. Scopri che ce ne sono di più di quelle previste. Ti chiedi se è un errore, un bonus, o un test psicologico. Non lo saprai mai.
Il momento della fiducia cieca (di solito al passo 7) #
C’è un momento preciso nel montaggio di qualsiasi mobile IKEA in cui devi fare un atto di fede.
Di solito è al passo 7 su 24. Hai appena avvitato qualcosa che non sembra andare da nessuna parte, la struttura è tenuta insieme da due spinotti di legno e dalla speranza, e le istruzioni ti mostrano, con quella calma infuriante, che devi capovolgere tutto.
Capovolgere. Tutto. Da solo.
Björn lo fa con un dito, naturalmente. Nel disegno, la struttura ruota con una freccia curva e leggera, come se la gravità fosse una suggestione.
Nella realtà, stai abbracciando un parallelepipedo instabile di truciolato che pesa quanto un adolescente medio, e lo stai ruotando usando come leva il ginocchio, il gomito, e una fiducia nella colla a legno che non avevi mai provato prima.
Ecco, quel momento lì, con il mobile che scricchiola e tu che lo tieni come se stessi abbracciando qualcuno che stai cercando di non far cadere, è esattamente come mi sento davanti alle scadenze di marzo. Stai tenendo tutto insieme con poca roba, non sai ancora se regge, ma il piano dice di andare avanti.
E vai avanti. Perché l’alternativa, smontare tutto, ricominciare, rileggere da capo, è talmente deprimente che preferisci rischiare.
La brugola, piccola e infinita #
Apriamo un capitolo a parte sulla brugola, perché la brugola merita un capitolo a parte.
La chiave a brugola IKEA è l’utensile perfetto per un mondo imperfetto. È piccola, semplice, apparentemente innocua. Ti viene fornita gratuitamente con ogni acquisto, il che significa che dopo tre mobili hai più brugole che posate.
La brugola è anche l’unico attrezzo che IKEA ritiene necessario per il montaggio. Questo è un atto di ottimismo svedese che confina con l’incoscienza.
Perché il montaggio IKEA, a un certo punto, richiede sempre qualcosa di più. Un martello, per esempio, per quegli spinotti di legno che non entrano mai al primo colpo e che devi “inserire delicatamente”. Traduzione: picchiare con qualsiasi cosa tu abbia a portata di mano, incluso il fondo di una tazza, un libro pesante, o in un caso memorabile, una scarpa.
E poi c’è il momento della brugola, quel momento in cui stai avvitando e avvitando e avvitando, e la brugola è corta, e devi fare mezzo giro alla volta, e il polso inizia a protestare, e ti chiedi: esiste davvero gente che monta una cucina intera IKEA con questa cosa? Una cucina intera?
Sì, esiste. È la stessa gente che sale l’Everest. Stessa categoria psicologica.
Gli aiutanti, cioè il caos organizzato #
Nessun racconto sulle istruzioni IKEA sarebbe completo senza parlare degli aiutanti.
L’aiutante volontario è quella persona, partner, amico, genitore, coinquilino, che a un certo punto del montaggio dice: “Ti aiuto io.” Con buone intenzioni. Con la sicurezza di chi non ha letto le istruzioni.
L’aiutante volontario tiene il pannello dalla parte sbagliata. L’aiutante volontario ti passa la vite lunga quando serviva quella corta. L’aiutante volontario, a un certo punto, prende in mano le istruzioni, le guarda per trenta secondi, e dice: “Ma non dovevi prima mettere questo?”
“Questo” è il pezzo che hai già avvitato. Due passi fa. Con sei viti.
E la risposta è sì, avresti dovuto prima mettere quello, ma ormai è andata, e se lo smonti adesso crolla tutto, e quel “tutto” include il mobile, la tua pazienza, e probabilmente la relazione.
Poi c’è l’aiutante tecnologico, quello che a metà montaggio tira fuori il telefono e cerca un tutorial su YouTube. “Aspetta, c’è un tizio che lo monta in sei minuti.” Sì, c’è sempre un tizio che lo monta in sei minuti. Quel tizio ha un laboratorio, un avvitatore a batteria, e probabilmente non ha mai avuto un dubbio su nulla nella sua vita. Quel tizio è il Björn di YouTube. Non mi è utile.
L’aiutante più pericoloso, però, è il bambino.
Il bambino vuole aiutare. Il bambino prende i sacchetti delle viti. Il bambino li apre. Il bambino ti porta una vite. Non la vite giusta. Una vite qualsiasi. Con la gioia innocente di chi non sa che quella vite lì era l’unica vite M6x30 del sacchetto e adesso è sotto il divano, in quel punto esatto dove la tua mano non arriva e dove vivono, da quanto ne so, tutte le viti IKEA perse dal 1987 a oggi.
Le viti avanzate e il cassetto della coscienza #
Parliamo delle viti avanzate.
Ogni montaggio IKEA si conclude con un piccolo gruppo di viti, rondelle e spinotti rimasti sul pavimento. Pezzi che non sai dove vanno. Pezzi che forse vanno da qualche parte, forse non servono, forse sono di un altro mobile, forse IKEA li mette apposta per vedere cosa fai.
La reazione italiana standard è raccoglierli, metterli in un cassetto, e dimenticarli per i successivi quattro anni. Quel cassetto è la nostra coscienza.
Ho un cassetto così. Lo abbiamo tutti. È il cassetto dove vanno le viti IKEA avanzate, i caricatori di telefoni che non abbiamo più, le pile che forse sono scariche e forse no, i manuali di elettrodomestici che non leggeremo mai, e almeno tre chiavi di cui non conosciamo la serratura.
Quel cassetto è l’autobiografia materiale della nostra vita adulta.
C’è chi, e lo dico con ammirazione sincera, si siede, riapre le istruzioni dall’inizio, e trova dove vanno quei pezzi. Li cerca. Li trova. Li avvita.
Quelle persone fanno anche i backup regolari del computer, leggono il manuale del forno, e hanno un cassetto dei cavi ordinato per tipo e lunghezza.
Io le ammiro. Non le capisco, ma le ammiro.
Ho provato una volta, per un MALM, a essere quella persona. Ho riaperto le istruzioni. Ho controllato passo per passo. Ho trovato che le due viti avanzate andavano al passo 14, dove diceva chiaramente, chiaramente per Björn, oscuramente per chiunque altro, di fissare un gancio anti-ribaltamento alla parete.
Un gancio anti-ribaltamento. Alla parete.
Che richiedeva un tassello, un trapano, e la conoscenza approssimativa di dove passano i tubi nell’intonaco.
Le viti sono tornate nel cassetto.
I nomi IKEA, cioè incantesimi nordici #
Una parentesi sui nomi, perché i nomi IKEA meritano attenzione.
BILLY. KALLAX. MALM. LACK. HEMNES. BESTÅ. FJÄLKINGE.
Sono nomi di laghi svedesi, paesi, fiumi, aggettivi. Ma suonano come incantesimi. Come creature mitologiche. Come le fasi di un lutto particolarmente complesso.
“Ho montato il FJÄLKINGE.” Sembra una frase che diresti dopo una spedizione artica. E in un certo senso lo è. Perché il FJÄLKINGE è uno scaffale metallico che sembra semplice e che, dopo quattro ore di montaggio, ti fa riconsiderare tutte le tue scelte di vita, inclusa quella di non aver comprato una libreria vera dal falegname.
E poi ci sono i nomi dei pezzi piccoli. La minuteria. FIXA, TRÅDFRI, SKÅDIS. Li leggi sulla scatola e pensi: “Questo non è un prodotto, questo è il nome del cattivo in un film scandinavo.”
“SKÅDIS ha colpito ancora.”
La telefonata nel momento peggiore #
A un certo punto del montaggio, di solito tra il passo 12 e il passo 16, nella terra di nessuno dove sei troppo avanti per tornare indietro e troppo confuso per andare avanti, arriva la telefonata.
Non è mai una telefonata breve. È tua madre. O un collega. O quel parente che chiama solo quando hai le mani impegnate.
Ti trovi con il telefono tra la spalla e l’orecchio, una mano che tiene un pannello e l’altra che cerca di avvitare una vite a brugola con un angolo fisicamente impossibile, mentre rispondi “sì, sì, tutto bene” a qualcuno che ti sta raccontando una cosa che richiede attenzione ma che non otterrà attenzione.
Perché la tua attenzione è tutta sul fatto che il pannello sta scivolando e se cade sei punto e a capo con il passo 11.
La telefonata finisce. Non sai cosa ti hanno detto. Il pannello non è caduto.
Consideri entrambe le cose una vittoria.
La metafora che non riesci a evitare #
A un certo punto del montaggio, di solito mentre sei inginocchiato sul parquet con la schiena che già protesta, ti rendi conto che le istruzioni IKEA sono, in realtà, una metafora abbastanza precisa della vita adulta.
Non ti dicono quanto ci vorrà. Il tempo stimato non c’è, o se c’è è il tempo di Björn, che vive in una dimensione parallela dove le cose si incastrano al primo tentativo e nessuno ti chiama mai mentre stai avvitando.
Non ti spiegano perché. Solo: fai questo. Poi questo. Non chiedere.
Non ammettono che alcune cose sono difficili. Il passo più complicato, quello dove devi tenere fermi tre pannelli mentre inserisci una vite in un punto accessibile solo ai bambini sotto i sei anni e ai contorsionisti professionisti, ha la stessa identica iconografia di quello dove appoggi due pezzi piatti uno sull’altro.
Non prevedono gli imprevisti. Il gatto che si siede sulla scatola. Il bambino che vuole “aiutare”. Il partner che dice “ma non è storto?” nel momento esatto in cui stai per avvitare l’ultimo bullone. La bolla nel pavimento che rende ogni cosa leggermente obliqua.
E poi la scoperta più crudele di tutte, che non è il mobile a essere storto, è il muro. Il muro.
Non ti dicono cosa fare quando sbagli. Non c’è un passo che dice “se hai avvitato il pannello dal lato sbagliato, torna al passo 4”. Perché Björn non sbaglia. Björn non ha mai sbagliato nulla. Björn è l’utopia svedese in forma di omino stilizzato, e il suo giudizio silenzioso è più pesante di qualsiasi rimprovero.
E tuttavia funziona.
Non sempre al primo tentativo, non sempre senza ammaccature, non sempre senza quella piccola deviazione dal piano che alla fine non si vede e a cui smetti di pensare dopo un po’. Ma funziona.
Il mobile regge. La scrivania regge. Il Billy che hai montato nel 2009 regge ancora, nonostante tutto, e ormai fa parte della famiglia.
Il Billy, santo patrono del truciolato #
A proposito del Billy. Parliamone.
Il Billy è il punto fermo dell’universo IKEA. Il meridiano zero. La costante cosmologica del mobile componibile. Ogni italiano ha avuto, ha, o avrà un Billy. È una certezza statistica.
Il mio primo Billy lo montai nel 2004. Ero giovane, ottimista, e convinto che “un’ora di montaggio” significasse davvero un’ora.
Tre ore dopo, con il parquet rigato e un livido al pollice, il Billy era in piedi. Obliquo, ma in piedi.
Quel Billy è ancora lì. Ha attraversato tre traslochi, due relazioni, un cambio di città, e un terremoto. Non ha mai vacillato. O meglio, ha sempre vacillato, ma non è mai caduto. Come tutti noi.
Il Billy è la prova che la perfezione non è necessaria. Che si può reggere anche con qualche vite in meno, un pannello leggermente storto, e uno spinotto che forse andava dall’altra parte.
Il Billy non giudica. Il Billy contiene i tuoi libri, i tuoi ricordi, e quella foto che avresti dovuto incorniciare tre anni fa. Il Billy è paziente.
Se IKEA facesse santi, Billy sarebbe il primo.
Varianti regionali, coppie e altre forme di coraggio #
Il montaggio IKEA è universale, ma la reazione al montaggio è profondamente locale.
L’italiano del sud monta con passione. Parla al mobile. Lo incoraggia. Lo insulta. Lo tratta come un membro della famiglia particolarmente testardo. “Ma dove vai?! Stai fermo! Che ti ho detto!” Il mobile non risponde, ma l’italiano del sud non se ne preoccupa. È abituato a dialogare con cose che non collaborano.
L’italiano del nord monta con metodo. Ha il cacciavite elettrico. Ha il tappetino per non rigare il pavimento. Ha già letto le istruzioni. Monta in silenzio, con una efficienza che è essa stessa una forma di aggressività passiva. Quando finisce, non esulta. Annuisce. Come se il mobile fosse un subordinato che ha finalmente capito.
L’italiano del centro, e parlo per esperienza diretta, monta con rassegnazione creativa. Sa che qualcosa andrà storto. Lo accetta in anticipo. Quando va storto, sospira. Quando per miracolo non va storto, sospetta un inganno.
E poi ci sono le coppie.
Montare un mobile IKEA in coppia è il più affidabile test relazionale mai inventato. Più del primo viaggio insieme. Più di conoscere i suoceri. Più di dividere un bagno per la prima volta.
Perché il montaggio IKEA in coppia rivela tutto.
Chi legge le istruzioni e chi no. Chi ha pazienza e chi no. Chi dice “dammi quella vite” e intende quella vite specifica, e chi la passa e intende un’altra vite, e l’altro dice “no, quella” e l’altro dice “quale?” e il primo dice “quella” indicando con il mento perché ha entrambe le mani occupate, e l’altro prende una rondella.
C’è sempre uno che vuole seguire le istruzioni e uno che vuole improvvisare. Uno che dice “ferma, leggiamo” e uno che ha già avvitato tre pannelli e dice “ma è uguale”. Non è uguale. Non è mai uguale.
Ho visto coppie solidissime vacillare davanti a un PAX. Il PAX è l’armadio della discordia. È grande, complesso, ha le ante scorrevoli, e richiede un livello di coordinazione che la maggior parte delle coppie raggiunge solo dopo anni di terapia.
Se montate un PAX insieme e alla fine vi parlate ancora, sposatevi. Avete superato la prova.
La mattina dopo IKEA #
C’è un fenomeno poco documentato che io chiamo “la mattina dopo IKEA”.
Ti alzi. Hai i muscoli indolenziti in punti che non sapevi di avere. La schiena protesta. Le ginocchia ricordano le due ore sul parquet. Le dita hanno ancora il segno della brugola.
Ma poi lo vedi. Il mobile. Lì. In piedi. Completo. Nella stanza.
E c’è un momento, un momento brevissimo, prima del caffè, prima di tutto, in cui lo guardi e pensi: “L’ho fatto io.” Con le mie mani. Con un foglio A3. Con una brugola.
È un orgoglio primordiale. È lo stesso orgoglio dell’uomo delle caverne che ha costruito un riparo. Non importa che il riparo sia un comodino con un cassetto che non si chiude perfettamente. L’hai fatto tu.
Poi ti siedi per colazione e vedi, sotto il tavolo, una vite.
Una vite solitaria.
Una vite che non sai da dove viene, che non sai dove va, e che rimarrà lì per tre giorni prima di finire nel cassetto.
Il ciclo è completo.
L’incastro finale, e l’epilogo inevitabile #
C’è una soddisfazione specifica nel momento in cui l’ultimo pannello va al suo posto e la struttura, improvvisamente, diventa rigida. Tutto quello che sembrava traballante si solidifica. I rumori spariscono.
Björn aveva ragione dall’inizio.
Non so dirti se quella sensazione vale le due ore di lavoro, la schiena, le viti misteriose nel cassetto, il momento in cui hai capovolto il mobile da solo tenendolo con un ginocchio e una preghiera laica, l’aiutante che ti ha passato la vite sbagliata, il bambino che ha perso la M6x30 sotto il divano, la telefonata di tua madre, e quella piccola ammaccatura sul lato sinistro che “tanto va contro il muro e non si vede”.
So che ogni volta mi convinco che la prossima volta leggerò le istruzioni dall’inizio.
E ogni volta arrivo al passo 7, il pannello sembra andare bene, e penso: sì dai, lo so già dove va.
Non lo so mai.
post scriptum #
Sto guardando il sito IKEA adesso. C’è una libreria nuova. Legno massello, tre ripiani, “montaggio semplice”.
Montaggio semplice.
Lo so che non è vero. Lo sai anche tu. Lo sa anche Björn, nel suo cuore stilizzato.
La ordino lo stesso.
Se anche tu hai un cassetto di viti senza nome, un Billy che non è mai stato davvero dritto, e la certezza incrollabile che la prossima volta leggerai le istruzioni, sei dei miei.
Ci vediamo al passo 7.