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I tuoi figli non sono i tuoi utenti

Manifesto per chi costruisce tech ed è anche genitore.

Conosci la parola “engagement.” La usi nelle riunioni, nei documenti di progetto, nelle call con i clienti. Sai cosa significa: tempo trascorso sulla piattaforma, frequenza di ritorno, interazioni per sessione. Sai che è la metrica che conta. Sai che il tuo lavoro, in ultima analisi, viene giudicato dalla tua capacità di farla salire.

Poi torni a casa. E tuo figlio è davanti a uno schermo. E quello schermo sta facendo esattamente quello che tu sai fare: catturare attenzione, generare engagement, massimizzare il tempo di permanenza.

Solo che stavolta l’utente non è un utente. È tuo figlio.


La dissonanza #

Se lavori nel tech e hai figli, vivi una dissonanza cognitiva che quasi nessuno nomina. Di giorno progetti sistemi pensati per trattenere le persone. Di sera cerchi di staccare tuo figlio da sistemi identici. Di giorno parli di “user retention” come di un successo. Di sera la “retention” di tuo figlio davanti al tablet ti spaventa.

Sai come funziona il pull-to-refresh. L’hai implementato, o almeno ne hai discusso l’implementazione. Sai che replica il gesto della leva di una slot machine. Sai che il ritardo prima del caricamento non è un limite tecnico ma un design pattern: la pausa calcolata che massimizza il rilascio di dopamina. Lo sai perché è il tuo mestiere saperlo.

E sai che tuo figlio, a otto anni, a dieci anni, a dodici anni, non ha nessuno strumento per difendersi da quello che tu sai costruire.

Non è una contraddizione personale. È una contraddizione di sistema. Riguarda chiunque lavori nel tech e abbia dei figli, cioè a questo punto milioni di persone.


Quello che sappiamo e che non possiamo più fingere di non sapere #

Mettere in fila le cose aiuta a guardarle in faccia.

Sappiamo che gli schemi di rinforzo a rapporto variabile, quelli su cui si basano i feed dei social media, sono il meccanismo psicologico più potente mai documentato per indurre e mantenere un comportamento compulsivo. Lo sappiamo dagli anni ’50. Skinner lo dimostrò sui piccioni. Noi lo applichiamo ai bambini.

Sappiamo che il cervello di un adolescente è in piena fase di sviluppo. La corteccia prefrontale, quella che governa il giudizio, il controllo degli impulsi, la capacità di valutare le conseguenze, non completa la maturazione prima dei 25 anni. Progettiamo sistemi che la bypassano deliberatamente per parlare direttamente al sistema limbico. Lo facciamo per mestiere.

Sappiamo che l’uso abituale dei social media è associato a una riduzione misurabile dello spessore corticale nelle regioni cerebrali legate al controllo cognitivo. Non sono opinioni. Sono dati da risonanza magnetica su migliaia di adolescenti.

Sappiamo che i tassi di depressione, ansia, autolesionismo e suicidio tra gli adolescenti sono raddoppiati o triplicati dal 2010, in coincidenza con la diffusione degli smartphone, in tutto il mondo occidentale.

Sappiamo che le piattaforme lo sanno. I documenti interni di Meta, resi pubblici da Frances Haugen, mostravano che Instagram peggiorava i problemi di immagine corporea per una ragazza su tre. L’azienda lo sapeva. Ha continuato.

Sappiamo tutto questo. E continuiamo a costruire.


“Ma io non lavoro ai social” #

Lo so. Neanch’io. Costruisco gestionali, piattaforme per la pubblica amministrazione, software B2B. Non progetto feed algoritmici e non ottimizzo sistemi di raccomandazione per adolescenti.

Ma il punto non è cosa costruiamo oggi. Il punto è la cultura in cui lo costruiamo.

Lavoriamo in un’industria che ha normalizzato l’idea che l’attenzione umana sia una risorsa da estrarre. Che la “user experience” sia sinonimo di “tempo che l’utente passa sulla piattaforma.” Che il successo si misuri in sessioni, click, conversion rate, daily active users. Parliamo di esseri umani con il vocabolario dell’estrazione mineraria, e non ci sembra strano.

Questa cultura ci attraversa tutti. Anche chi non lavora ai social ne respira le metriche, i valori, le priorità. Quando torniamo a casa, quella cultura torna con noi. Si insinua nel modo in cui guardiamo lo schermo di nostro figlio. A volte con preoccupazione, certo, ma anche con una sottile, inconfessabile familiarità. Riconosciamo quei meccanismi. Sappiamo che funzionano. E una parte di noi, la parte professionale, non riesce a non ammirarli.

È questa familiarità che dobbiamo spezzare.


Il privilegio della consapevolezza #

Chi lavora nel tech e ha figli possiede qualcosa che la maggior parte dei genitori non ha: la conoscenza dell’architettura.

Sappiamo come funzionano quei sistemi, non solo che funzionano. Sappiamo che le notifiche non arrivano a caso ma sono ottimizzate per il momento di massima vulnerabilità psicologica. Sappiamo che lo scroll infinito non è una scelta estetica ma un dispositivo di cattura. Sappiamo che “l’algoritmo” non è un’entità misteriosa: è codice scritto da persone come noi, con obiettivi precisi, ottimizzato su metriche precise.

Questa consapevolezza è un privilegio enorme. E il privilegio crea responsabilità. Se vedi il fuoco e gli altri no, non puoi fare finta di niente e dire “non è il mio incendio.”

Eppure è esattamente quello che facciamo, come industria. Sappiamo. E taciamo. Perché parlare significherebbe ammettere che il problema non è “là fuori”, nelle cattive abitudini dei ragazzini, nell’incapacità dei genitori, nella mancanza di “educazione digitale.” Il problema è anche dentro. Nel modo in cui pensiamo il software. Nelle metriche che scegliamo di ottimizzare. Nelle domande che non ci facciamo.


Le domande che non ci facciamo #

In vent’anni di carriera nel tech, non ho mai sentito nessuno in una riunione di progetto fare queste domande:

Questo sistema potrebbe creare dipendenza? Se sì, abbiamo la responsabilità di prevenirlo?

Stiamo progettando per il benessere dell’utente o per la massimizzazione del suo tempo di utilizzo? Sono la stessa cosa?

Se un minore usasse questo prodotto, sarebbe sicuro? Non “conforme alla normativa.” Sicuro.

Stiamo misurando il successo con metriche che allineano i nostri interessi a quelli di chi usa il nostro software? O stiamo misurando qualcosa che ci fa comodo misurare?

Costruiremmo questo sistema esattamente così se sapessimo che il primo utente sarà nostro figlio?

L’ultima domanda è la più importante. Ed è quella che non facciamo mai.


Il test del figlio #

Propongo una regola. Non una legge, non un framework, non un processo. Una regola personale, per chiunque costruisca software e abbia dei figli.

Prima di implementare un sistema, chiediti: va bene se il primo utente è mio figlio?

Non “mio figlio a vent’anni, adulto, consapevole, formato.” Mio figlio adesso. Con l’età che ha. Con la corteccia prefrontale che ha. Con la capacità di resistenza agli stimoli che ha. Con la fiducia cieca nella tecnologia che ha.

Se la risposta è sì, costruiscilo. Se la risposta è “dipende,” fermati e chiediti da cosa dipende. Se la risposta è no, hai un problema. E il problema non è tuo figlio.

Non è un test sentimentale. È un test di progettazione. È il principio di precauzione tradotto nel linguaggio dello sviluppo software. La versione applicata dell’imperativo di Hans Jonas: agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la permanenza di un’autentica vita umana.

Solo che Jonas parlava di bombe atomiche e ingegneria genetica. Noi parliamo di feed algoritmici e notifiche push. Il fatto che sembrino innocui è esattamente ciò che li rende pericolosi.


Non siamo impotenti #

Lo so cosa stai pensando. “Sono un impiegato. Un freelance. Un team lead in un’azienda di dieci persone. Non decido le politiche di Meta.” È vero. Non le decidi.

Ma decidi come costruisci il tuo software. Quali metriche ottimizzare. Se implementare dark pattern o rifiutarti. Se mettere un timer di utilizzo o uno scroll infinito. Se progettare un sistema che rispetta l’attenzione dell’utente o uno che la saccheggia.

Soprattutto, decidi che tipo di professionista vuoi essere.

Puoi essere quello che dice “il mercato lo richiede” e implementa qualsiasi cosa paghi. O puoi essere quello che dice “questo non lo costruisco così” e propone un’alternativa. Non è idealismo, è artigianato. Un falegname serio non usa legno marcio perché costa meno. Un cuoco serio non serve cibo avariato perché aumenta il margine. Un ingegnere serio non firma un progetto strutturalmente insicuro perché il committente ha fretta.

Eppure nel software, dove le conseguenze possono riguardare milioni di persone e il cervello di un’intera generazione, accettiamo standard che non accetteremmo in nessun altro mestiere.


Il manifesto #

Lavoro nel tech. Ho un figlio. Non posso più tenere separate le due cose.

Mio figlio non è un utente. Non è una metrica, non è una sessione, non è un daily active user. È un essere umano con un cervello in sviluppo, una capacità di giudizio in costruzione, una fiducia nel mondo che dipende anche da come io, e le persone come me, costruiamo quel mondo.

Il mio mestiere ha delle conseguenze. Non le conseguenze astratte e lontane della filosofia morale. Quelle concrete di un sistema che funziona ventiquattr’ore al giorno e che interagisce con milioni di cervelli. Se non me ne assumo la responsabilità, chi dovrebbe farlo?

La compliance non basta. Rispettare il GDPR, l’AI Act, l’EAA è il minimo sindacale, non il traguardo. La domanda non è “è legale?” La domanda è “è giusto?” Sono due domande diverse, e la seconda è più importante.

La velocità non è un valore. “Ship fast” non è una virtù quando quello che stai lanciando può fare danni. La fretta è il rifugio di chi non vuole pensare alle conseguenze. Il pensiero critico è lento per natura. Il codice è veloce. La saggezza sta nel non confondere i tempi dell’uno con quelli dell’altro.

La formazione tecnica non basta. Saper scrivere codice senza saper leggere le implicazioni di quel codice non è competenza, è cecità specializzata. Abbiamo bisogno di ingegneri che abbiano letto Jonas, di sviluppatori che conoscano Mill, di designer che abbiano studiato la psicologia dello sviluppo. Non come cultura generale. Come strumenti di lavoro.

Mio figlio mi giudicherà. Non per il fatturato che ho generato, non per i progetti che ho consegnato, non per le tecnologie che ho padroneggiato. Mi giudicherà per il mondo che ho contribuito a costruire. E in quel giudizio, “stavo solo eseguendo gli ordini” non sarà una difesa accettabile. Non lo è mai stata.


A chi costruisce #

Se lavori nel tech e hai dei figli, sai di cosa sto parlando. Sai che c’è una conversazione che la nostra industria rifiuta di avere. Sai che il disagio che senti quando tuo figlio scompare dentro uno schermo non è paranoia genitoriale. È competenza professionale che ti sta dicendo qualcosa.

Ascoltala.

Non sto dicendo di smettere di costruire software. Sto dicendo di costruirlo come se il primo utente fosse tuo figlio. Perché, a tutti gli effetti, potrebbe esserlo.

E se non tuo figlio, quello di qualcun altro.

Che poi è la stessa cosa.


“Non abbiamo ereditato il mondo dai nostri genitori. Lo abbiamo preso in prestito dai nostri figli.”— proverbio attribuito ad Antoine de Saint-Exupéry